Il mito del genio maschile

genius 9 Gustave Corbet Self portrait

Gustave Courbet – Le Désespéré (Autoritratto) 1843-45

La menzogna del genio è inestricabilmente legata alla menzogna della meritocrazia: la cultura stabilisce che questi uomini hanno acquisito fama e successo a causa del loro genio irrefrenabile … Gli alibi concessi agli uomini di genio non si applicano alle donne e alle persone creative non conformi al genere, quindi se queste ultime dovessero distinguersi, non è per via della loro genialità, ma perché sono “differenti” …
L’immagine dell’antieroe, sregolato, eccentrico, drogato, è arrivata dal periodo Romantico fino ai giorni nostri. E mentre la follia veniva celebrata nell’élite maschile, la “pazzia femminile” veniva stigmatizzata.

 

Di Aditi Natasha Kini

Il mondo apparentemente inattaccabile del genio maschile sembra si stia sbriciolando. Di recente Roman Polanski e Bill Cosby sono stati espulsi dall’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, Junot Diaz si è dimesso dalla presidenza della commissione del Premio Pulitzer dopo che diverse donne hanno denunciato le sue ripetute molestie. E, a distanza di dieci anni dalla morte di David Foster Wallace, Mary Karr ricorda al mondo i suoi protratti comportamenti abusanti e il suo stalking. In questo momento eccezionale dal punto di vista sociopolitico, un archetipo finora intoccabile finalmente sta diventando vulnerabile.

Genio è potere. Non è quantificabile né contenibile e – come la bellezza – è negli occhi di chi guarda. Il genio fa lievitare le opportunità di accesso sessuale, sociale, economico, politico. È un accordo collettivo – o, in molti casi, una bugia collettiva – che assegna spazi illimitati a coloro che consacriamo con questo titolo.

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Ma il genio è anche una moneta marcata indelebilmente dal genere usata dagli uomini (quasi sempre uomini) che hanno i mezzi e il successo per procurarsi una franchigia. La menzogna del genio è inestricabilmente legata alla menzogna della meritocrazia: la cultura stabilisce che questi uomini hanno acquisito fama e successo a causa del loro genio irrefrenabile. Ma ora che così tanti geni si vedono accusati di abusi di potere, incluse l’aggressione e la violenza sessuale, e mentre si dibatte in ogni angolo dei media e della cultura pop sulla separazione tra arte e artista, l’alibi estetico secondo il quale il genio artistico esisterebbe sganciato da volgari considerazioni come la morale, forse non regge più, se messo al vaglio della critica.

Con l’emergere della teoria dell’Autore durante la metà del ventesimo secolo, il cinema è stato incluso nei ranghi delle altre arti, come la pittura e la scrittura, che tradizionalmente hanno coltivato il mito del genio. La teoria dell’Autore, che ha origine nella critica cinematografica francese, conferisce al regista lo status di principale forza creativa dietro una produzione – cioè il regista è “l’Autore”. Dal momento che il cinema, con i cast di attori/attrici e le troupes costose, è una delle forme d’arte più collaborative mai esistite, il mito di un genio individuale appare particolarmente fuori luogo a priori.

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Ma al di là della storia di registi quali Terrence Malick, Woody Allen e molti altri che usano a fini di marketing il loro status di grandi “Autori”, un modello commerciale basato sull’adorazione per riflesso automatico, il culto dell’Autore alimenta e giustifica la cultura maschilista. Il metodo, a lungo praticato dal “grande Autore”, di “stimolare” la recitazione delle attrici prendendole di sorpresa, facendole spaventare, o ingannandole – benché qualche attore non ne sia stato immune – è di per sé un abuso. Quentin Tarantino, Lars Von Trier, Alfred Hitchcock, Stanley Kubrick e David O. Russell, tra gli altri, sono stati accusati di questo in diversa misura, ma la sofferenza delle loro “muse” viene immaginata dai fan adoranti come “differenze creative”, piuttosto che come misoginia, e come visione artistica spregiudicata piuttosto che come violenza.

Le accuse mosse a Tarantino sul fatto che abbia costretto Uma Thurman, per esempio, a recitare in prima persona nella scena disastrosa di un inseguimento in automobile in Kill Bill: Volume 2 – da lei definito un episodio di disumanizzazione, al punto di rischiare la vita – non è diverso dal tormento inflitto da Alfred Hitchcock all’attrice Tippi Hedren: entrambe le dinamiche vengono mascherate come relazioni artista-musa che trascendono il senso comune. Come scrive Imran Siddiquee a proposito dei registi-geni e del loro comportamento abusante: “Molti degli artisti ‘più grandi’ nella nostra forma d’arte visuale più influente continuano a essere celebrati per i loro esercizi di potere e controllo, ossessivi e abusanti”.

phantom threadNel film Il filo nascosto (Phantom Thread, 2017) di Paul Thomas Anderson, il personaggio del sarto Reynolds Woodcock, impersonato da Daniel Day-Lewis, ha tutte le caratteristiche del genio: ha successo, è considerato un visionario dall’élite, è sregolato, è un po’ perverso, è predatorio nei riguardi di giovani donne. Il filo nascosto è stato candidato agli Oscar quest’anno, insieme a L’ora più buia (Darkest Hour, 2017), uno studio sulla figura di Winston Churchill nel periodo dell’entrata della Gran Bretagna nella seconda guerra mondiale. Gary Oldman (accusato di violenza domestica) ha vinto l’Oscar come migliore attore nel ruolo di Churchill. Sempre agli Oscar, Kobe Bryant (accusato di violenza sessuale nel 2003) ha vinto il premio per il migliore corto di animazione.

Guillermo Del Toro si è accaparrato l’Oscar come migliore regista per La forma dell’acqua (The Shape of Water), che ha vinto anche il premio come miglior film – e sebbene la vittoria sia degna di nota per il fatto che nessun film con una protagonista femminile ha vinto negli ultimi 14 anni, il sostegno esplicito dato da Del Toro a Roman Polanski (accusato di violenza sessuale da cinque donne; accusato di avere drogato e stuprato una minore per poi fuggire negli Stati Uniti per evitare la giustizia), fanno a dir poco appannare l’immagine di Del Toro come regista che si suppone progressista. Gli Oscar sono sempre stati profondamente complici del sistema capitalista e della retorica liberale hollywoodiana, ma nell’agitazione provocata dai movimenti #metoo e #timesup, gli Oscar del 2018 hanno offerto un esempio istruttivo di ciò che conta sopra ogni altra cosa nell’industria cinematografica: il genio, a volte difficile e tormentato, sempre abusante, e sempre maschio.

Uomini come Polanski mantengono credito artistico e immunità sociale perché i loro difensori e i loro fan sostengono che i contributi che hanno dato alla cultura siano superiori alle loro trasgressioni e ai loro reati individuali. Non si tratta di consumatori passivi indisponibili a riconoscere che i loro idoli possano avere sbagliato. Il fatto è che la genialità viene immaginata come una qualità separata che esiste al di là dell’etica e della morale. Il genio è oltre le emozioni, è oggettivo, al di sopra di certe meschine considerazioni. Ovviamente, i grandi salti dell’immaginazione e gli alibi concessi agli uomini di genio non si applicano alle donne e alle persone creative non conformi al genere, quindi se queste ultime dovessero distinguersi, non è per via della loro genialità, ma perché sono “differenti”.

Le donne eccezionali sono sempre state incoraggiate a credere di essere degne di nota per via di una “differenza” intrinseca rispetto ad altre ragazze. Questa differenza è ciò che le distingue nei campi creativi dominati da uomini bianchi. Una volta pensavo di avere la “mente androgina” che Virginia Woolf dice sia necessaria alla creatività. Mary Wollstonecraft, nel suo pionieristico saggio del 1792 Rivendicazione dei diritti della donna (A Vindication of the Rights of Woman), si chiedeva se le “poche donne straordinarie” nella storia non fossero in realtà “spiriti maschili, confinati per errore in un involucro femminile”. Persino Ursula K. Le Guin, autrice di romanzi rivoluzionari che hanno messo in questione la concezione contemporanea del genere, ha fatto affermazioni strane sull’idea che aveva di sé come “un generico egli”, “una scarsa imitazione”, un “surrogato maschile”.

Sebbene sappiamo che è tanto riduttivo quanto essenzialista ragionare in questi termini, è una cosa storicamente comprensibile. La misoginia culturale sottesa all’archetipo del genio maschile ha radici antiche. Secondo quanto scrive Christine Battersby nel libro Gender and Genius: Towards a Feminist Aesthetics (1989), il diciannovesimo secolo ha rielaborato “una retorica più antica sull’esclusione sessuale” a partire dalle idee del Rinascimento sulla differenza sessuale nelle arti (a loro volta basate sul concezioni greche e romane). Ma i Romantici hanno dato un contributo originale alle “tradizioni anti-femminili”: mentre l’emotività e l’espressività – attributi tradizionalmente “femminili” – guadagnavano prestigio, le donne stesse venivano ulteriormente degradate come artiste inferiori. Nota Battersby: “l’artista Romantico ha emozioni forti e vive intensamente: l’opera d’arte autentica è quella che coglie il carattere speciale della sua esperienza”. Così la sua arte diventa espressione della sua individualità.

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Caspar David Friedrich – Der Wanderer über dem Nebelmeer 1818

 

Originalità e creatività non sono sempre state inerenti alla pratica artistica. I greci consideravano l’arte come mimesi, il poeta come profeta, la pittura e la scultura come copie del mondo naturale. Il medioevo, in maniera simile, considerava l’artista non come una figura divina, ma come un imitatore piuttosto che un creatore. Il termine “capolavoro” [masterpiece] non è tanto legato all’idea di una straordinaria originalità, quanto all’“opera prodotta da un apprendista che mostrava sufficiente abilità”. Il “maestro” [master] era un leader del sindacato, e le donne erano anch’esse attive nelle corporazioni di arti e mestieri.

“L’ostilità nei confronti delle donne nelle arti è semplicemente aumentata quando lo status di artista ha iniziato a differenziarsi da quello degli artigiani (…) e a essere considerato adatto solo agli esemplari più perfetti (maschili) del genere umano”, come scrive Battersby. La studiosa fa risalire questo cambiamento al periodo in cui gli artisti iniziarono a ricevere sostegno dai mecenati, condizione che liberava la creazione artistica dai vincoli religiosi. In altre parole, quando una gran quantità di denaro entra a far parte dell’equazione, l’arte diventa un’attività lucrativa, adatta agli uomini che potevano alimentare la competizione sul mercato.

L’attuale termine “genio” proviene dalla fusione di due parole: “genius”, simbolo della fertilità rappresentato da un giovinetto, e “ingenuity”, ovvero ingegno. Se alle donne del Rinascimento mancava il genius, erano artiste inferiori anche perché mancava loro l’ingenium: come affermava Juan Huarte in Examen de Ingenius (1575) sulla scia del pensiero di Aristotele, gli uomini erano legati al caldo e all’asciutto; le donne, associate al freddo e al bagnato, erano “uomini imperfetti”. (Aristotele pensava anche che le donne fossero “vasi di fiori” e sterili – essendo creatività e procreazione attributi maschili). Il ragionamento di Huarte basato sulla fisiologia, sebbene ampiamente screditato, fu ripreso più tardi da Schopenhauer, la cui argomentazione, secondo la quale le donne “mancano di ogni facoltà mentale superiore” è un ottimo esempio della rielaborazione Romantica della misoginia culturale. (Vale la pena notare che Schopenhauer è notoriamente un autore di riferimento per i personaggi maschili, autobiografici e nevrotici, dei film di Woody Allen).

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Arthur Schopenhauer – Woody Allen

Oltre a ciò, la follia e la devianza diventarono idiosincrasie da usare per costruire il modello maschile dell’artista. Gli artisti, che una volta dovevano promuovere i valori della società, divennero “controculturali” all’incirca nel periodo di Lord Byron, descritto una volta da una ex amante come “pazzo, cattivo e pericoloso”. L’immagine dell’antieroe, sregolato, eccentrico, drogato, è arrivata dal periodo Romantico fino ai giorni nostri. E mentre la follia veniva celebrata nell’élite maschile, la “pazzia femminile” veniva stigmatizzata. Come nota la scrittrice di Vox Tara Isabella Burton, l’establishment artistico maschile produce il sesso geniale, torturato, ribelle: “Che la carne femminile sia la ricompensa per un lavoro maschile ben fatto è un fenomeno culturale non raro in tutti i campi, ma nelle arti, questa dinamica assume un aspetto pseudo-spirituale”.

Persino in un momento di forza del movimento #metoo, gli uomini famosi che hanno ricevuto critiche pubbliche stanno già programmando il proprio ritorno, con l’ampio sostegno dell’industria mediatica. Tarantino, accusato di avere strangolato Thurman e Diane Kruger per amore della verosimiglianza sullo schermo, che ha detto a Rose McGowan che si masturbava davanti alla sua immagine, che ha difeso pubblicamente Polanski, ha svelato in anteprima la sua ultima impresa: un film su Charles Manson. A quanto si dice, Charlie Rose [giornalista e conduttore televisivo accusato di molestie sessuali] ha ventilato un imminente ritorno in un talk show nel quale intervisterà uomini come il comico Louis C.K., messo in stato d’accusa dal movimento #metoo – favorendo così il loro ritorno sulle scene – e Matt Lauer [anchorman della NBC, accusato di molestie sessuali] a quanto pare spera di tornare sugli schermi televisivi al più presto. Malgrado l’ondata di rovinose cadute di uomini famosi, il mondo dei media e quello dell’arte sono strutturati in modo tale che né alle voci di corridoio né ai procedimenti giudiziari si permette di compromettere la carriera dei geni per troppo tempo.

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Chi tenta di separare l’arte dall’artista fa un ragionamento illogico: l’arte è sempre stata separata, e questa è la ragione per cui questi “grandi autori” hanno beneficiato dell’immunità, del sostegno e della copertura per commettere abusi e per continuare nel frattempo a produrre arte celebrata ovunque. Sull’onda delle rivelazioni scioccanti sui predatori sessuali, abbiamo visto un’infinità di gente in lutto per la perdita del genio di questi uomini.

Ora dobbiamo riflettere sul fatto che ciò che abbiamo inscritto nella categoria “genio” è stato valorizzato a spese dell’umanità e del potenziale delle persone che sono state ridotte al silenzio, invisibilizzate e rese prede da questi uomini. Dobbiamo tenere presente la forza distruttiva dell’archetipo e riconoscere che gli abbiamo permesso di alimentare la cultura dello stupro e dello sfruttamento sessuale. Dobbiamo riconoscere che il genio è sempre stato una costruzione – e che in realtà forse non esiste.

[Articolo originale qui].

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