I nostri danni e i loro interessi

 

Nell’ottobre del 1977 il collettivo parigino Change pubblica un volume intitolato La folie encerclée, contenente una serie di dibattiti su argomenti legati al tema della repressione. Nel contesto di una di queste discussioni Michel Foucault avanza la proposta di punire lo stupro come qualsiasi altra forma di aggressione fisica, mettendo tra parentesi il contenuto sessuale ed etero-patriarcale della violenza. Secondo il filosofo francese, infatti, «possiamo sempre tener fermo il discorso teorico che consiste nel dire: ad ogni modo la sessualità non può in nessun caso essere oggetto di punizione». La risposta delle femministe a questa strategia di de-(etero)sessualizzazione dello stupro non si fa attendere. Traduciamo qui la replica — ancora attuale — di Monique Plaza, del collettivo editoriale di Questions féministes:

I nostri danni e i loro interessi

Monique Plaza [*]

Da diversi anni ci battiamo affinché lo stupro venga riconosciuto come un atto violento commesso dalla classe degli uomini contro la classe delle donne. Questa lotta è difficile, perché abbiamo contro di noi l’apparato giudiziario e, oltre a questo, la concezione ideologica prevalente per quanto riguarda lo stupro: lo stupro sarebbe un «atto sessuale» compiuto da un uomo con una donna; la mancanza di consenso della donna costituirebbe l’unica illegalità nella pratica dello stupro [1]. Nella maggior parte dei casi, la mancanza di consenso della donna viene negata, e la giustizia tende a dimostrare che l’atto sessuale era desiderato, invocato, ricercato dalla donna. Parallelamente a questo presunto desiderio della donna, gli enunciati (della Giustizia, dei mass media…) affermano una certa immagine dell’uomo, predatore naturale dagli istinti ipersviluppati [2].

VIOL_manifestation-feministe-en-1979-a-limoges_

Le nostre denunce sembrano essere state parzialmente ascoltate. Un certo (piccolo) numero di uomini dell’intellighenzia di sinistra riconosce che lo stupro è una violenza e che la nostra lotta contro di esso è politicamente legittima. Così Michel Foucault, o David Cooper, noti per la loro interpretazione sovversiva delle relazioni di potere nella società contemporanea, denunciano la violenza dello stupro e discutono delle strategie da mettere in atto (essenzialmente sul piano giuridico) per combatterne gli effetti. Malgrado la stima che nutro nei confronti di Cooper e di Foucault, devo dire che i loro argomenti, lungi dal garantire un appoggio teorico-politico alla nostra lotta, denotano al contrario una chiusura, un «grande internamento», tanto più perniciosi nella misura in cui, per altro, e in parte, sono astrattamente (idealisticamente) giusti. Mi sembra che attualmente, per quanto riguarda lo stupro, si stia costituendo una nuova ideologia — ideologia certamente più raffinata di quella tradizionale, ma che rischia di chiuderci in un «doppio vincolo» [3] dall’effetto politico altamente rischioso. Vorrei concentrarmi qui sull’illustrazione di questo doppio vincolo: per noi è importante non rimanere invischiate nella sua logica paradossale, per proseguire la nostra battaglia analizzandone senz’altro le contraddizioni, ma senza arretrare di un passo.

***

Il collettivo Change ha pubblicato, nell’ottobre 1977, un volume intitolato La folie encerclée (La follia accerchiata) [4]. Al suo interno è trascritta una serie di dibattiti su temi relativi alla repressione (in particolare psichiatrica). Una di queste discussioni ha attirato la mia attenzione in modo particolare, perché tratta dello stupro. È Michel Foucault a introdurla:

FOLIE ENCERCLEE

«In questo momento in Francia esiste una commissione per la riforma del diritto penale. Che è operativa già da diversi mesi (nell’ipotesi di un cambio di governo?) e fino ad ora ha preso decisioni senza importanza. Con mia sorpresa, mi hanno telefonato. Dicendomi: ecco, stiamo studiando il capitolo della legislazione sulla sessualità. Siamo in forte imbarazzo e vorremmo sapere che cosa ne pensa […] ci sono due ambiti che per me sono problematici. Quello dello stupro. E quello dei bambini» (La folie encerclée, pp. 98-99).

La questione dello stupro viene evocata, lo si vede, in una modalità molto orientata. Da una parte, viene affrontata in rapporto al tema della sanzione penale, dunque dal lato dello stupratore e, dall’altra parte, essa si inscrive nel problema generale della «sessualità». Un simile orientamento non è privo di conseguenze sul dibattito.

A mio parere, l’imbarazzo di Foucault è dovuto alla contraddizione politica in cui si trova: lo stupro è un cavallo di battaglia importante delle femministe, che hanno denunciato il fatto che «in ogni uomo c’è uno stupratore potenziale». Ora, chi parla qui, attraverso la voce di Foucault? Un filosofo celebre, certo, ma anche un uomo. E quest’uomo, lungi dal dichiarare la propria incompetenza politica a parlare in prima istanza di questo problema, adduce un’affermazione «teorica» che presenta immediatamente un’ipotesi come un’evidenza e ciò sotto forma di una specie di divieto:

Michel_Foucault_1«Possiamo sempre tener fermo il discorso teorico che consiste nel dire: ad ogni modo la sessualità non può in nessun caso essere oggetto di punizione» (La folie encerclée, p. 99).

Di primo acchito ho pensato: «è vero». C’è una tale sicurezza nella formulazione data da Foucault di questo «discorso teorico» che una si dice: è certamente legittimo. Da dove proviene questa immediata adesione ideologica? Apparentemente, essa attiene a due fatti. Da una parte, non sopportiamo quasi più la nozione di «punizione», che ci sembra reazionaria dal momento che, per noi, è legata al tema della repressione. Dall’altra parte, è da un po’ di tempo che l’Occidente si lagna della repressione sessuale che la società puritana e vittoriana ci infliggerebbe. Dunque «sessualità» e «punizione» hanno immediatamente un effetto negativo. Legame da proscrivere, associazione da rifiutare…

Tuttavia, superato questo muro di evidenza, ci si pone una domanda: che cosa della «sessualità»? Poiché Foucault vi ha consacrato un libro [5], ad esso possiamo riferirci per capire che cosa ricade, secondo lui, sotto la nozione di sessualità. La sessualità, sostiene M. F., è il prodotto di un potere sul corpo:

«Questo potere appunto non ha né la forma della legge, né gli effetti del divieto. Esso procede al contrario attraverso la moltiplicazione di sessualità insolite. Non fissa frontiere alla sessualità; ne prolunga le forme diverse, sviluppandole secondo linee di penetrazione indefinita. Non l’esclude, l’include nel corpo come modo di specificazione degli individui. […] Produce e fissa la diversità sessuale. La società moderna è perversa; non malgrado il suo puritanesimo o come per una specie di contraccolpo della sua ipocrisia; è perversa realmente e direttamente» (La volonté de savoir, pp. 64-65).

La «sessualità» è dunque il prodotto di un potere, potere che secondo M. F. bisogna definire in termini di:

«rapporti di forza molteplici che si formano ed operano negli apparati di produzione, nelle famiglie, nei gruppi ristretti, nelle istituzioni, servono da supporto ad ampi effetti di divisione che percorrono l’insieme del corpo sociale» (La volonté de savoir, p. 124)

e che ha sviluppato, a partire dal XVIII secolo, postula Foucault, quattro grandi insiemi strategici a proposito del sesso: «isterizzazione del corpo della donna», «pedagogizzazione del sesso del bambino», «socializzazione delle condotte procreatrici», «psichiatrizzazione del piacere perverso». In queste strategie, afferma Foucault, ciò che viene messo in atto è la produzione stessa della sessualità.
È dunque questa sessualità — prodotto di un dispositivo di potere di cui le donne si rivelano vitti-me privilegiate (e non solo attraverso l’isterizzazione del corpo!) — ciò che non bisognerebbe punire. Che cosa si dovrebbe sanzionare allora?

«e quando si punisce lo stupro, si deve punire esclusivamente la violenza fisica» (La folie encerclée, p. 99).

Se comprendiamo bene, si tratta quindi di fare in modo che la «sessualità» sfugga alla legge penale. Si tratta di fare in modo che la sessualità, cioè il dispositivo di potere che ha come oggetto di appropriazione privilegiato il corpo delle donne, che questa sessualità dunque non sia vietata, ma che lo sia soltanto la «violenza»:

«e dire che non è nulla di più che un’aggressione e nient’altro» (La folie encerclée, p. 99).

Questa frase denegante in modo ripetitivo risveglia l’attenzione. Da che cosa sono connotati quel «nulla di più», quel «nient’altro», se non dall’affermazione, sottintesa, di una specificità della violenza dello stupro? Affermazione che si sottrae e si nasconde dietro alla negazione. Che cosa viene disconosciuto qui? Quali sono le poste di questo disconoscimento? Michel Foucault

«Perché non ci può essere disconoscimento che a partire da un rapporto fondamentale con la verità. Eluderla, sbarrarle l’accesso, dissimularla: altrettante tattiche locali che, come in sovrimpressione e con un mutamento di percorso all’ultimo momento, vengono a dare una forma paradossale ad una petizione essenziale del sapere» (La volonté de savoir, p. 74).

Quale «tattica locale» di potere opera nella denegazione insistente? Quale pratica positiva (piena) prescrive? Qual è l’«incognita» della specificità dello stupro che viene mascherata in questa curiosa «difesa» della sessualità?

«che si sbatta un pugno in faccia qualcuno o il proprio pene nel sesso, ciò non fa differenza…» (La folie encerclée, p. 99).

Chi è il soggetto impersonale che parla? «“Si”, l’uomo», mi è stato insegnato a scuola! L’uomo, in effetti, questo portatore di pene suscettibile di entrare «nel sesso»…Ma (facciamo le finte tonte) che cos’è «il sesso»? Riferiamoci a La volontà di sapere.

«…il “sesso” è stato definito in tre modi: come ciò che appartiene in comune all’uomo e alla donna; o come ciò che appartiene per eccellenza all’uomo e manca dunque alla donna; o ancora come ciò che da solo costituisce il corpo della donna, subordinandolo interamente alle funzioni di riproduzione e perturbandolo incessantemente con gli effetti di questa stessa funzione» (La volonté de savoir, pp. 201-202).

volonté de savoirDunque, poiché qui il pene è definito come non-sesso, bisogna supporre che il sesso sia implicitamente il corpo delle donne. Fermiamoci un attimo su questo punto. Lo stupro non deve essere punito come sessualità. A quale titolo deve essere punito, dato che sembra essere soltanto sessuale? Infatti, per descriverlo, M. Foucault oppone due termini:

— «il proprio pene», cioè l’organo genitale dell’uomo.
— «il sesso», cioè, se si segue teoricamente Foucault, il corpo delle donne, che sarebbe stato ridotto al «sesso». Ma «il sesso» può designare anche l’organo genitale delle donne (la loro vulva, la loro vagina) che qui non beneficia di una denominazione come ne beneficia il pene. Per il momento, le donne non sono nominate, mentre gli uomini lo sono, tramite l’intermediazione del loro pene. Questo trattamento differenziale potrebbe dare luogo a un’ipotesi interessante: perché gli uomini violentano anche degli uomini. Socialmente, l’ano di un uomo può essere messo nella posizione del «sesso» o, ancora, un uomo (biologico) può essere messo al posto del «corpo delle donne» ed essere appropriato in quanto tale. Jean-Michel è stato stuprato e racconta in Histoires d’Elles: «Ero stato stuprato come una donna, considerato come un buco, e non volevo essere una donna, soprattutto non volevo essere omosessuale, ancora peggio…volevo decisamente essere quasi macho…» [6].

QF.png

Che cos’è, precisamente, lo stupro? È, o non è, una pratica «sessuale»? Bisognerebbe intendersi sulla nozione di sessualità. Lo stupro è una pratica oppressiva esercitata da un uomo (sociale) contro una donna (sociale), e che può concretizzarsi nell’introduzione di una bottiglia tenuta da un uomo nell’ano di una donna; in questo caso lo stupro non è sessuale, o piuttosto non è genitale; è del tutto sessuale nella misura in cui è spesso un’attività sessuale, ma soprattutto nella misura in cui oppone gli uomini alle donne: è la sessuazione sociale a essere soggiacente nello stupro. Se gli uomini stuprano le donne è precisamente perché queste sono socialmente donne, o ancora perché sono «il sesso», ovvero corpi di cui gli uomini si sono appropriati esercitando una «tattica locale» di una violenza senza nome. Lo stupro è sessuale essenzialmente perché riposa sulla socialissima differenza dei sessi.

Dunque, utilizzando i capovolgimenti e i paradossi tanto cari a M. Foucault, dirò: che si sbatta il pugno in faccia a qualcuno o il pene nel sesso, ciò comporta una differenza: la differenza dei sessi. Perché gli uomini stuprano le donne nella misura in cui essi appartengono alla classe degli uomini che si è appropriata del corpo delle donne. Stuprano ciò che hanno appreso a considerare come una loro proprietà, cioè individui appartenenti a una classe di sesso diversa dalla loro, la classe delle donne (che, lo ripeto, può anche contenere degli uomini biologici).

Se, dunque, nella nostra società lo stupro è sessuale, che cosa significa il fatto di non punire il suo aspetto sessuale? M. Foucault, che nelle sue affermazioni teoriche ha dimenticato che nella nostra società esistono una classe di uomini e una classe di donne, e che lo stupro deve essere riferito a questa realtà sociale, si ricorda improvvisamente di qualcosa:

«Ma primo: non sono sicuro che le donne siano d’accordo» (La folie encerclée, p. 99).

Infine, siamo nominate. «Il sesso», siamo noi. Noi chi? Le guastafeste… Potremmo non essere d’accordo? Andiamo, M. Foucault, lei sa bene che non siamo per nulla d’accordo. Abbiamo gridato, scritto, dibattuto, socializzato… contro lo stupro. Abbiamo preteso le Assise contro gli stupratori. Prova che per noi lo stupro non è un’aggressione come le altre. Che ricevere un pugno in faccia e essere stuprata non è la stessa cosa.
E, infatti, due donne presenti alla discussione (Marine Zecca e Marie-Odile Faye) manifestano il loro disaccordo, mettendo l’accento sull’esistenza di un’oppressione molto quotidiana e molto intensa delle donne sul terreno sessuale. M. Foucault dà allora un’informazione esteriore:

«Ho discusso di questo ieri con un magistrato del Sindacato della Magistratura. Che mi ha detto: non c’è motivo di criminalizzare lo stupro. Lo stupro potrebbe rimanere fuori dal diritto penale. Bisogna farne semplicemente un fatto di responsabilità civile: risarcimento danni» (La folie encerclée, p. 100).

Non c’è motivo di proibire lo stupro. Lo stupro è permesso, «semplicemente» la donna stuprata chiederà i danni. Detto altrimenti, si farà pagare un atto sessuale che un uomo avrà compiuto «con» lei senza il suo consenso. Dunque: ogni donna è la preda sessuale degli uomini. Che non proferisca parola (e «acconsenta»); che esiga una retribuzione prima dell’atto (prostituzione); che esiga una retribuzione dopo l’atto (stupro).

Ma cerchiamo di essere ancora più precise e immaginiamo il quadro.
— La signora Y sporge denuncia; dice: sono stata ferita dal signor X (perché non si viene stuprate: lo stupro non esiste). Fa esaminare le proprie ferite. E a quel punto comincia la ronda delle domande: «ma lei non ha lesioni, dov’è lo sperma? Non era consenziente? Dove sono i suoi testimoni?…»
— Il signor Z sporge denuncia: ha ricevuto un pugno in faccia, sferrato dal signor X (lo stesso aggressore), mostra il suo occhio nero. Verrà forse chiesto, a lui, se per caso non sia stato consenziente? Si tenterà di prelevare dei brandelli di pelle dal pugno del signor Z? Certamente no. E questo proprio perché il signor Z e il signor X non sono nello stesso rapporto di forza della signora Y e del signor X. Perché si dà il caso che sferrare un pugno in faccia a qualcuno è un atto anormale generalmente concepito come aggressione, mentre mettere il proprio pene nel «sesso» è un atto normale che non viene mai concepito come aggressione: le donne appartengono agli uomini, la vagina appartiene naturalmente al pene.

 

Irene_bouaziz

Dunque fare dello stupro un «semplice» fatto di responsabilità civile significa semplicemente permettere lo stupro — schierarsi contro le donne che l’hanno rivelato come una delle manifestazioni più violente di oppressione che subiscono.
Riferendo questa opinione scandalosa di un magistrato del Sindacato della Magistratura, il signor Foucault si rivolge nuovamente alle donne:

«Che cosa ne pensate? Dico: voi, le donne… perché qui gli uomini, disgraziatamente forse, hanno un’esperienza molto meno insistente» (La folie encerclée, p. 100).

Veramente, signor Foucault? Io penso, al contrario, che disgraziatamente gli uomini hanno senza alcun dubbio un’esperienza troppo insistente dello stupro… in quanto stupratori, però! Eh sì, signor Foucault, se lo stupro fosse un’aggressione come le altre, gli uomini avrebbero un’esperienza molto più insistente della sua realtà subita. Lei vede bene che non è una violenza come le altre e che non può risolvere la questione. Perché, dalla posizione di stupratore potenziale a cui il suo statuto d’uomo la «assoggetta», lei non può fare altro che nascondere le reti di potere oppressivo che le donne subiscono, non può fare altro che difendere il diritto degli stupratori.
E, in effetti, la discussione si imbarca in una difesa degli stupratori. Marine Zecca sembra disturbata dal modo in cui le cose vengono poste. È sul versante dell’oppressione delle donne qui e ora, di ciò che rappresenta lo stupro come tattica oppressiva, che il problema poteva essere posto — per sfociare, in seguito, in una strategia contro lo stupro. Ma tutta la discussione è partita dal lato dello stupratore: da ciò che gli uomini vogliono avere il diritto di fare impunemente, dai divieti che non vogliono vedere apparire. In un insieme di discussioni che riguardavano la repressione, e dove il problema dello stupro è posto da uomini, che cos’altro poteva dire Marine Zecca oltre a:

«Non riesco a collocarmi sul piano della legislazione. E della “punizione” — perché è quello che mi disturba» (La folie encerclée, p. 100.).

Jean-Pierre Faye, per parte sua, sviluppa un’argomentazione senza grosse ambiguità:

«Da un lato, in nome della liberazione della donna, siamo dalla parte “antistupro”. E, in nome dell’antirepressione, è l’inverso?» (ibidem).

Detto altrimenti, dall’altra parte siamo per lo stupro?!!! Ma allora di quale repressione si parla? Perché se le donne rivendicano una «liberazione», è appunto contro la repressione, l’oppressione che subiscono. Esaminiamo da vicino i termini della discussione:
a) essere «anti-stupro»: in nome della liberazione della donna (aggiungo qui: trattandosi di una rivendicazione che ha senso soltanto in un contesto di oppressione subita).
b) essere «l’inverso», dunque «per lo stupro»: in nome dell’anti-repressione (aggiungo: degli uomini; dunque per il mantenimento dell’oppressione-repressione che essi esercitano sulle donne).

Ciò che è sottointeso in questa frase, non è forse il mito della «miseria sessuale» degli uomini, della repressione che già subiscono e che non bisognerebbe accrescere con la criminalizzazione dello stupro? Com’è che il signor Foucault non interviene, proprio lui che ha denunciato il postulato della repressione sessuale per 211 pagine? Senza dubbio perché gli sfugge una delle funzioni di questo mito: mascherare l’oppressione delle donne da parte degli uomini. Non solo questa dimensione gli sfugge teoricamente, ma egli la riprende pure a propria volta politicamente: non c’è qui una specie di volontà di non sapere?

Marie-Odile Faye presenta lo stupro, precisamente, nel suo aspetto contrario all’idea di una «sessualità liberamente scelta, non criminalizzata» (La folie encerclée). Cosa che sembra far ritornare Jean-Pierre Faye a una visione un po’ più contraddittoria delle cose:

«[lo stupro] ha a propria volta un lato repressivo… ma la repressione dello stupro, come pensarla?» (La folie encerclée, p. 100).

Un lato repressivo, detto altrimenti, c’è un altro lato non repressivo? Liberatore forse…? In effetti, per gli uomini! È l’interesse degli uomini che torna sul tappeto. Perché quando dicono che per loro è un problema che una pratica (che noi giudichiamo, da parte nostra, totalmente repressiva) venga repressa (proibita e sanzionata se si produce), che cosa dicono, se non che vogliono difendere la libertà che gli uomini attualmente hanno di reprimerci con lo stupro? Che cosa dicono, se non che quella che chiamano Libertà (la loro) è la repressione dei nostri corpi? Ma il signor Foucault ritorna alla sua questione, e afferma che l’obiezione che le due donne gli hanno mosso pone dei problemi:

«Perché si arriva a sostenere questo: la sessualità in quanto tale ha, nel corpo, una posizione preponderante, il sesso non è una mano, non è i capelli, non è il naso. Dunque bisogna proteggerlo, accerchiarlo, in ogni caso investirlo di una legislazione che non sarà quella che vale per il resto del corpo» (La folie encerclé, pp. 100-101).

Se capisco bene, per colpa delle donne la sessualità sta per acquisire una posizione preponderante, sta per essere accerchiata. Signor Foucault, veramente lei esagera. Ha dimenticato che questo è già avvenuto? Ha dimenticato che la sessualità, «lungi dall’essere stata repressa nella società contemporanea, al contrario vi viene suscitata in modo permanente» (La volonté de savoir, p. 195)?; che, «lungo le grandi linee lungo le quali si è sviluppato il dispositivo della sessualità a partire dal XIX secolo, vediamo elaborarsi questa idea che esiste una cosa diversa dai corpi, dagli organi, dalle localizzazioni somatiche, dalle funzioni, dai sistemi anatomo-fisiologici, dalle sensazioni, dai piaceri; qualcosa di diverso e di più, qualcosa che ha le sue proprietà intrinseche e le sue proprie leggi: il sesso”» (La volonté de savoir, p. 201). Non ha capito che siamo noi, le donne, a essere colpite più duramente da questo dispositivo, che siamo noi a venirne lese in modo più grave? E che se rivendichiamo la distruzione della «differenza dei sessi», è per distruggere questa op-pressione? Sicuramente non siamo noi a desiderare che il sesso non sia un capello: è proprio questo ciò che chiediamo. Ma non possiamo operare nell’ideale e fare come se — qui e ora — il sesso fosse un capello! Ci costerebbe caro, e le risparmierebbe molte questioni.

wittig_1970L’argomentazione del signor Foucault ha questo di pericoloso: rischia di colpevolizzare noi, le donne. Ciò che gli uomini, collocati in un rapporto di forza patriarcale, si accaniscono a produrre e a perpetuare — l’oppressione delle donne, la «differenza dei sessi», il primato del sesso — ci im-putano di volerlo produrre e perpetuare noi stesse; ci dicono: volete trasformare lo stupro in una cosa diversa da un’aggressione — quindi, siete pansessualiste; volete punire gli stupratori perché vi stuprano — dunque, siete repressive.

Questa colpevolizzazione sembra avere degli effetti nella discussione. Marine Zecca parla di bambini stuprati, dicendo: «non è più un atto sessuale, credo: è veramente una violenza fisica» (La folie encerclée, p. 101). Ora, si può pensare che per la donna adulta che subisce uno stupro, lo stupro non sia una violenza fisica? Oppure bisogna interrogare la nozione di «atto sessuale»: la donna adulta vi sarebbe abituata — abituata a questa violenza inerente ai rapporti tra uomini e donne, e vedrebbe tutto sommato uno stupro in ogni atto sessuale? Ciò si volgerebbe nella proposizione: uno stupro è un atto sessuale. È il rifiuto di un legame esplicito tra la sessualità per come la conosciamo attualmente e la violenza a trascinare la discussione in un vicolo cieco. Questa dissociazione tra violenza e sessualità, che le donne non possono fare senza imbarazzo, viene compiuta fino in fondo da David Cooper:

«Lo stupro non è orgasmico. È una sorta di masturbazione rapida nel corpo di un altro. Non è sessuale. Appartiene all’ordine della lesione» (La folie encerclée, p. 101).

Detto altrimenti, sarebbe «sessuale» se finisse con un orgasmo. L’orgasmo di chi, se non di colui che si masturba rapidamente nel corpo di un(’)altro/a? Qui c’è una confusione tra la sessualità e il godimento (dell’uomo) [7]. L’assenza di godimento non significa assenza di sessualità. Non solo: la sessualità può essere contundente, una ferita può essere specificamente sessuale. Si può in effetti fantasticare di una buona eterosessualità: non-violenta e orgasmica. Ma si dà il caso che sia soltanto un sogno, e che la realtà ci mostri la sessualità come un dispositivo di oppressione molto preciso e molto ben organizzato. Lo stupro non deve essere rigettato in un Altrove, in un «altro campo» rispetto a quello della sessualità, cioè dei rapporti di forza quali si stabiliscono molto quotidianamente tra uomini e donne. Bisognerebbe, al contrario, ricondurre l’eterosessualità contemporanea nei pressi dello stupro, e guardarsi bene dal dissociarle.

Riassumiamo gli elementi importanti della discussione, e i loro fondamenti ideologici. Lo stupro dunque non dovrebbe essere criminalizzato, nella misura in cui costituisce un diritto degli uomini e criminalizzarlo equivarrebbe a restringere la loro libertà: a «reprimerli». Che questa libertà sia la nostra repressione importa poco, perché nell’antagonismo fra classi di sesso che qui si rivela chiaramente, sono gli uomini che devono conservare i propri privilegi, e non le donne che devono conquistare il diritto di lottare contro una delle forme di appropriazione del loro corpo che subiscono.

Fino ad oggi, l’approccio al problema dello stupro è stato governato da un’ideologia che poneva l’uomo come una specie di caprone in calore la cui passione non tollera alcun intralcio, come un essere bestiale privo di ritegno. Si trattava di un discorso naturalista, che definiva l’uomo con una violenza e un orrore senza eguali e che permetteva di tralasciare l’ingiustizia dei rapporti sociali attuali. Lo stupratore doveva rientrare nel campo della natura, in nessun caso di una società oppressiva, era preferibile proporgli una lobotomia [8] per ridurre il suo «istinto di stupro» piuttosto che fargli riconoscere l’oppressione delle donne a cui, in quanto uomo (sociale) partecipa. Per combattere questa ideologia naturalista, abbiamo affermato che lo stupro non rientra nella sessualità. Ma dobbiamo affermare anche, allo stesso tempo, che lo stupro è sessuale nella misura in cui si riferisce alla sessuazione sociale, alla differenziazione sociale dei sessi e poiché non dobbiamo dissociare la sessualità eterosessuale dalla violenza [9].

L’ideologia new-look, che coesiste con quella antica, per parte sua non si riferisce all’immagine dell’uomo-caprone. Si fonda su una tematica molto più contraddittoria:
Da una parte, ci viene detto che «la sessualità» non ha niente di naturale, che non è un dato, una cosa in sé, che al contrario essa viene prodotta da modalità sociali di potere sul corpo. Inoltre, ci viene concesso teoricamente che questa sessualità opprime in modo particolare le donne.
Dall’altra parte, ci viene chiesto di accordare a quella pratica sociale un trattamento di favore, a livello di pratiche giuridiche, ignorandola. Inoltre, ci viene rimproverato di considerarla come qualcosa di particolare, da lasciare da parte, quando noi la consideriamo oppressiva e vogliamo difendercene nella pratica.

Veniamo dunque sottomesse a enunciati contradditori. Perché se la sessualità è una pratica sociale oppressiva particolarmente privilegiata nella società contemporanea, noi non possiamo ignorarla, lasciarla da parte.

Il «doppio vincolo» a cui siamo sottomesse si spiega con il fatto che il dibattito oppone interessi antagonistici: quelli degli stupratori e quelli delle stuprate, quelli degli uomini e quelli delle donne. I pensatori «rivoluzionari» non possono disconoscere completamente questo meccanismo nel momento attuale. Non possono riprendere per proprio conto l’ideologia naturalista per spiegare-giustificare lo stupro. Allora ne enunciano un’altra prendendo le mosse, anche loro, dallo stupratore. Non negano che lo stupro sia violenza, ma si fanno «avvocati della difesa» e, in prima battuta, dicono: gli uomini stuprano perché vivono in una società repressiva. Tuttavia, questo argomento non è molto serio: perché le donne non stuprano, pur vivendo nella stessa società? Allora i nostri pensatori propongono un secondo argomento, nettamente superiore, dato che non ha più l’aria di difendere gli stupratori. Si riassume così: lo stupro è una violenza come le altre (violenza «individuale», esercitata «a caso»); al riguardo, non conviene più parlare di sessualità. Perché, in effetti, riferirsi alla sessualità rischierebbe di mostrare che ciò che accade nello stupro ha qualcosa a che vedere con l’esistenza di antagonismi tra la classe degli uomini e la classe delle donne, con l’esistenza di un’oppressione delle donne da parte degli uomini.

Tutte le donne dovrebbero costituirsi «parte civile» per diventare le vere avvocate della difesa: cioè difendere le vittime dell’oppressione, le stuprate.

parte lesa

Michel Foucault, lei non ha analizzato chiaramente la posizione della «modalità enunciativa» [10] che prende a prestito quando discorre di stupro. In caso contrario, quando il Sindacato della magistratura le ha chiesto di dare la sua opinione sullo stupro, lei non avrebbe tenuto in primo luogo un discorso «teorico» completamente chiuso su se stesso. Si sarebbe anzitutto «rivolto alle donne» che in questo momento stanno lottando. E non avrebbe in nessun caso cercato di convincerci che noi siamo fuori strada. Non avrebbe perduto una certa memoria politica, e si sarebbe ricordato che, in quanto esposte sulla prima linea nel campo strategico delle relazioni di potere patriarcale, siamo nella posizione migliore per strutturare

«delle resistenze che sono degli esempi di specie: possibili, necessarie, improbabili, spontanee, selvagge, solitarie, concertate, striscianti, violente, irriducibili…» (La volonté de savoir, p. 126) [11].

NOTE

[*] M. Plaza, Nos dommages et leur intérêts, «Questions féministes», 3, maggio 1978, raccolto in Questions féministes (1977-1980), Éditions Syllepse, Paris 2012, pp. 364-375. Il titolo gioca sull’espressione francese dommage-intérêts, che nel diritto civile indica il “risarcimento danni”.

[1] Dico l’«unica» perché per me l’illegalità non consiste soltanto in questo (direi addirittura: non consiste affatto in questo). In effetti che cosa significa «acconsentire» se non aderire a, permettere, una situazione imposta da un altro, situazione che appartiene all’altro. Nel caso dello stupro, il «consenso» sarebbe l’accettazione dell’oggettivazione, della violenza che un altro vi infligge. La nozione di «non-consenso» è l’unica illegalità riconosciuta, mentre è la possibilità del dispositivo di stupro che dovrebbe essere fuori legge. Ora questo dispositivo, non dimentichiamolo, è legale: «il matrimonio, in virtù degli obblighi che impone ai coniugi, autorizza il marito a compiere su sua moglie, malgrado lei e con la violenza, l’atto conforme ai fini del matrimonio. Non gli permette, in compenso, di ottenere con la violenza relazioni contro-natura» (Estratto del Repertorio pratico del Dalloz, p. 13, citato in Le programme commun des femmes, presentato da Gisèle Halimi, Grasset, Paris, p. 205).

[2] Cfr. in questo numero gli articoli di Martine Le Péron, «Priorité aux violées» e di Gisèle Fournier e Emmanuel Reynaud su «La Sainte Virilité».

[3] Processo descritto dalla psicologia anglosassone, e centrale nell’anti-psichiatria inglese, per rendere conto del carattere paradossale del messaggio emesso. Questo viene strutturato in modo da affermare qualcosa e affermare qualcosa sulla propria affermazione; queste due affermazioni si escludono. Nella relazione genitori-figli, questo processo potrebbe produrre follia.

[4] Change, La folie encerclée, Paris, Seghers/Laffont, octobre 1977, n. 32-33.

[5] Michel Foucault, Histoire de la sexualité, t. 1. La volonté de savoir, Paris, Gallimard, 1976.

[6] Cfr. «Un trou…rien qu’un trou», discorsi raccolti da Dominque Pujebet, Histoire d’elles, n. 3, 8 febbraio-8 marzo, p. 22.
[7] Piuttosto: una certa forma di godimento di cui gli uomini possono talvolta fantasticare: godi-mento ideale che produrrebbe una «buona» relazione «egualitaria» con una donna. Perché in effetti lo stupro procura allo stupratore, senza alcun dubbio, un grande godimento, che gli uomini «liberali» rifiutano. Gli altri al contrario lo rivendicano e lo proclamano con esaltazione e successo (cfr. Michel Sardou).

[8] Tecnica psicochirurgica finalizzata a recidere una parte della sostanza cerebrale giudicata responsabile di un disturbo del comportamento. Il fatto che durante una trasmissione televisiva sullo stupro sia stato mostrato uno stupratore normalizzato tramite lobotomia dimostra l’impresa estrema dell’ideologia naturalista. Si tratta probabilmente di un’esibizione esemplare: senza dubbio pochi uomini dovranno subire una lobotomia. Ma ideologicamente la «spiegazione» e la sua implica-zione pratica sono pronte. Non è privo di interesse rilevare che, quando si tratta di stupro, l’uomo viene trattato come un’entità biologica — cosa che di norma è riservata alle donne — e si prende addirittura in considerazione la possibilità di applicargli una tecnica «curativa» (mutilante), cosa che pure viene «riservata» in modo particolare alle donne. Cfr. per esempio Peter Breggin, «La lobotomie revient», Les Temps modernes, n. 321, aprile 1973, pp. 1773-1792.

[9] La definizione che vorrei dare dell’eterosessualità sarà sociologica e non biologica. Non mi riferisco qui all’incontro di una vulva e di un pene, ma a una pratica sessuale qual è strutturata dall’esistenza di una differenza tra i sessi: dall’esistenza di «uomini» e «donne». In questo senso si può dire che lo stupro commesso da uomini su Jean-Michel rientra nel senso sociologico dell’eterosessualità, poiché Jean-Michel è stato appropriato in quanto «donna» da uomini (da «maschi»).

[10] Cfr. Michel Foucault, L’archéologie du savoir, Paris, Gallimard, 1969. La nozione di «modalità enunciativa» integra il luogo da cui parla l’autore del discorso, il suo personaggio statutaria-mente definito, le posizioni istituzionali a partire da cui tiene il suo discorso. Bisogna aggiungere qui le diverse strategie che organizzano le relazioni di potere nella formazione sociale.

[11] Elido dalla frase di Foucault le «pronte al compromesso, interessate o sacrificali», che hanno troppo il gusto della sconfitta e della morte.

Annunci