Christine Delphy a 50 anni dalla nascita del MLF

 

Parigi, 26 agosto 1970: in Francia debutta il movimento di liberazione delle donne.

Christine Delphy (1941), femminista materialista, sociologa, tra le fondatrici del Mouvement de Libération des Femmes nel 1970, co-fondatrice nel 1977 di Questions féministes, la rivista diretta da Simone De Beauvoir, a cui partecipano anche Monique Wittig, Colette Guillaumin e Nicole-Claude Mathieu, e di Nouvelles Questions féministes nel 1981.

Traduzione dell’intervista a Christine Delphy apparsa su Le Monde, 23 agosto 2020, di Mailis Rey-Bethbeder.

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Cinquant’anni dopo aver partecipato alla sua primissima azione, la sociologa ritorna sulla storia del Movimento di liberazione delle donne, che ha co-fondato, e sulle lotte che bisogna ancora combattere, in particolare contro le violenze sessuali.

Militante femminista ed ex ricercatrice al CNRS, Christine Delphy è stata una delle fondatrici del Movimento di Liberazione delle donne (MLF) nel 1970 e da allora non ha mai smesso di impegnarsi nella lotta per l’uguaglianza tra i sessi. Nel 2011 cura Un troussage de domestique (Syllepse) in cui analizza le reazioni all’arresto e al rinvio a giudizio di Dominique Strauss-Kahn, e co-firma nel 2019 L’exploitation domestique (Syllepse), nel quale scrive che la condivisione dei compiti domestici non esiste. A settantanove anni l’autrice non ha perso nulla della sua postura militante ed elogia le giovani femministe di oggi, che “hanno una gran faccia tosta” e “non hanno più alcuna paura, alcuna inibizione, di fronte agli uomini”.

Il 26 agosto 1970 ti trovavi sotto l’Arco di trionfo. Con otto compagne avete deposto una corona di fiori in omaggio alla “moglie del milite ignoto”, ancora più ignota del marito. Questa azione punta il dito contro l’invisibilizzazione delle donne nella società e segna la creazione del MLF. Cinquant’anni più tardi che cosa ricordi di quella giornata? 

Quando abbiamo saputo che ci sarebbe stata questa giornata negli Stati Uniti (il 26 agosto 1970 le americane del Women’s Liberation Movement prevedevano di commemorare a New York i cinquant’anni della loro conquista del diritto di voto, manifestando per l’uguaglianza tra uomini e donne e contro il “dovere coniugale”), abbiamo deciso di fare qualcosa. Siamo state aiutate da una giornalista grazie alla quale quella piccola manifestazione ha avuto un’eco su L’Aurore. Nel mese di agosto non succedeva niente, dunque i giornali avevano difficoltà a riempire le pagine.

Eravamo nove, otto reggevano quattro striscioni e io tenevo la corona di fiori. Abbiamo attraversato la Place de l’Etoile che conduceva fino al monumento. Quando siamo arrivate un poliziotto si è lanciato verso di me e mi ha portata, insieme alle mie compagne, in un posto di polizia situato dentro una delle basi dell’Arco di trionfo. Siamo state malmenate e spinte dentro. Mi ha colpita l’osservazione del commissario di polizia: “Non vi vergognate?” ci ha detto. Siamo passate per tre posti di polizia diversi e siamo state liberate circa tre ore dopo la nostra azione, che era iniziata verso mezzogiorno. Eravamo molto cariche e allegre. Chiuse in una piccola cella, ci siamo messe a cantare canzoni da gite estive, i poliziotti erano esasperati. Non sapevano assolutamente cosa fare di noi, non capivano. Alcuni si sentivano insultati dallo striscione “Un uomo su due è una donna”: credevano che li trattassimo da omosessuali. C’è molta malafede in questo, ma è perché non erano abituati ad essere criticati.

Da quanto tempo all’interno di quel gruppo esistevano riflessioni sul femminismo prima di quell’azione? 

Eravamo un piccolissimo gruppo di giovani, professoresse, ricercatrici… È stata Jacqueline Feldman (ricercatrice in Fisica teorica e Matematica applicata alle scienze sociali, co-fondatrice del FMA, che stava prima per Féminine Masculine Avenir, poi per Féminisme Marxisme Action) a introdurmi in quel collettivo durante gli eventi del maggio 1968. Organizzavamo delle riunioni alla Sorbona occupata. C’erano molte persone interessate, avevamo raccolto i nomi di una quarantina di persone, quasi metà delle quali uomini. Dopo ci furono le vacanze e tutti se ne andarono.

Ci siamo ritrovati in autunno, ma eravamo già molti meno. Gli uomini che venivano alle nostre riunioni hanno cominciato a diradarsi, come anche alcune donne. Ciò fece sì che all’inizio del 1970 non fossimo più di quattro. All’epoca esistevano altri gruppi di donne, come quello guidato da Antoinette Fouque (che in seguito ha registrato il marchio MLF, dando luogo a disaccordi e alla disgregazione del movimento). Dopo questa azione all’Arco di trionfo, una volta finita l’estate, abbiamo tenuto delle riunioni alle Belle Arti, e ha cominciato ad affluire un numero maggiore di donne.

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Quali erano le vostre rivendicazioni principali?

Non avevamo “rivendicazioni principali”. In quelle grandi riunioni alle Belle Arti si procedeva in tutte le direzioni. Con Anne Zelensky (professoressa e co-fondatrice del FMA), avevamo deciso di militare per il diritto all’aborto, mentre molte altre non volevano saperne. Alcune dicevano che non era sufficiente. La mia posizione era che non si poteva fare tutto nello stesso momento. Bisognava arrivarci per tappe. Pensavo anche che sarebbe stato più facile affrontare quell’argomento perché molte persone, in Francia, erano favorevoli. Molte famiglie avevano dovuto farci i conti. Esistevano gli aborti illegali e l’unico risultato era l’esistenza di donne che ne morivano.

Credo sia stato uno degli argomenti principali di Simone Veil, che aveva ricevuto tutti gli insulti immaginabili, compreso quello di “nazi”, quando aveva difeso la sua legge (per la legalizzazione dell’aborto, promulgata il 17 gennaio 1975). È stata ammirevole e noi alla fine abbiamo vinto. Il punto su cui eravamo d’accordo è che non volevamo uomini nelle nostre riunioni alle Belle Arti. Tuttavia, ogni quindici giorni, si presentava un giovane uomo. Parlava davanti a duecento donne e non lo turbava minimamente dirci quale fosse la verità, “insegnarci”.

È un esempio di quello che oggi potremmo chiamare “mansplaining”… 

Era molto diffuso allora. Quel che succede oggi è che giustamente viene denunciato. È questo che trovo straordinario.

Secondo te quali progressi ci sono stati da allora?

Ce ne sono stati alcuni. Per esempio per quanto riguarda l’aborto, il matrimonio per tutti e per tutte, ci sono stati dei cambiamenti. È certo, per esempio, che il lesbismo e l’omosessualità in generale non sono più condannati come lo erano cinquant’anni fa. Ci sono anche più donne nell’ambiente sportivo che rivendicano il proprio posto, anche se alcune sono molto maltrattate, molestate e stuprate dai loro allenatori.

Quali sono le nuove lotte femministe?

È passato tanto tempo. Sono co-redattrice di Nouvelles Questions féministes (rivista che esce dal 1981), e con delle amiche del comitato di redazione ci siamo dette che sarebbe bello fare un numero speciale sulle giovani femministe. Perché quel che vedo è che ci sono moltissime giovani femministe e che hanno una gran faccia tosta. Non hanno più alcuna paura, alcuna inibizione di fronte agli uomini, scendono per le strade. Le trovo straordinarie. Penso soprattutto alle mobilitazioni contro le violenze sessuali, contro le violenze in generale. Non hanno timidezza su questo. Se paragonate quello che dicono oggi con quello che dicevamo noi prima… c’era ancora un tabù. Bisogna anche dire che soltanto l’1 % degli stupratori viene perseguito. È molto poco. È stato necessario spostare la colpa sullo stupratore e non sulla stuprata, e questo è un enorme cambiamento. È come se cambiaste il vostro vestito, rivoltate tutto. È molto difficile da fare.

C’è sempre un certo grado di progresso ma ci sono sempre anche, se non degli arretramenti, dei periodi minacciosi per il femminismo. In questo momento l’aspetto che riceve maggiore attenzione sono le violenze contro le donne. Ma ci sono molti altri argomenti. Non esiste un unico problema. Le persone discutono spesso di quali siano le priorità, ma a mio parere non esiste priorità. Vale a dire che l’oppressione delle donne in generale ricopre moltissimi aspetti. Ci si chiede da dove cominciare. In realtà, bisogna cominciare da tutto. Le persone vorrebbero che le femministe rimanessero garbate. Ma io spero che non rimangano tali. Essere garbata, in questa società, non serve assolutamente a nulla.

Che cosa pensi del movimento #metoo?

Trovo che sia stato molto ben fatto. Penso che sia stato un gran bene che delle donne che non erano in nessun gruppo femminista si siano riconosciute in quel movimento. Ciò ha dato loro l’opportunità di denunciare quello che avevano subìto. Di prenderne coscienza. Ci sono diversi modi per impadronirsi di un tema, per esempio i manifesti incollati a Parigi per puntare il dito contro i femminicidi. È una cosa che prima non si faceva, ma è una buona cosa, che dà sui nervi ai maschilisti. E poi, per altro verso, c’è stata l’invenzione di nuove parole: non si diceva “maschilisti” prima.

“Mansplaining”, femminicidio, maschilista… queste nuove parole permettono di apportare del concreto, di dare un nome a fenomeni di cui le donne sono vittime…

Certamente, e questo permette di introdurre nuovi concetti. Il temine “femminicidio” esisteva nei paesi ispanofoni, ma ci ha messo del tempo a generalizzarsi. Le donne si sono riconosciute in quella parola. Ci sono nuove parole perché ci sono nuove cose che vengono denunciate e che prima non lo erano.

Oggi che cosa resta del MLF? 

Quel che resta del MLF è un gran numero di gruppi che si sono formati su temi che noi non avevamo affrontato, perché non avevamo osato, credo. In che modo denunciare la molestia sessuale è una cosa nuova. Noi non vedevamo il modo di attaccarla, come se non fosse abbastanza grave, come se fosse una fatalità e non potessimo farci niente.

Che cosa resta da fare?

L’unica cosa da fare è continuare la lotta.