Un femminismo materialista è possibile

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“Siamo di quelle che si organizzano: non stireremo mai più le vostre camicie”

I nostri amici e noi. Fondamenti nascosti di alcuni discorsi pseudo-femministi (1977), di Christine Delphy, si concludeva con una riflessione sulla resistenza manifestata dalle donne, persino all’interno del movimento femminista, a identificare la controparte patriarcale e a concepirsi in termini di classe di sesso: «non contente di sentirsi particolarmente indegne di opprimere, le donne si sentono particolarmente indegne di essere oppresse». In Un femminismo materialista è possibile (1979-1980)  — che presentiamo qui in traduzione italiana — Delphy riprende e approfondisce il filo del ragionamento avviato nel 1977. L’occasione dell’intervento è fornita da una replica alle femministe marxiste inglesi Michèle Barrett e Mary McIntosh, decise a difendere la lettera del testo marxiano e a contestare alla femminista francese l’estensione dell’approccio materialista ai rapporti di produzione patriarcali. Ironia della sorte, il presidio dell’ortodossia marxista non ha impedito alla stessa Barrett di farsi promotrice di una “svolta culturale” caratterizzata dall’idea che ciò che conta, per il femminismo, non sono le “cose” (come il lavoro delle donne e la violenza maschile), bensì le “parole”, il linguaggio, la rappresentazione. Di questa incongruenza, soltanto apparente, Un femminismo materialista è possibile dà conto in maniera dettagliata. Ma c’è di più. Se nello scritto del 1977 la rilevazione di un inconfessabile «sentimento di indegnità» da parte delle donne sembrava fornire una spiegazione sufficiente della persistente subordinazione della lotta femminista alla lotta anticapitalistica e del tentativo di esonerare gli uomini da ogni responsabilità nell’oppressione delle donne, due anni dopo Delphy avanza una nuova ipotesi esplicativa: essere l’eterosessualità — qui esplorata nel suo risvolto ideologico, come «la credenza nella necessità di relazioni intime e permanenti in ogni momento fra la maggior parte delle femmine e la maggior parte dei maschi» — l’ultima roccaforte patriarcale che pregiudica l’autonomia del movimento femminista, ostacolando la possibilità stessa di concepire le donne come protagoniste di un conflitto, cioè, in ultima analisi, come soggetti sociali.

Un femminismo materialista è possibile

di Christine Delphy

 

Il primo numero di Feminist Review conteneva una critica del mio lavoro — «Christine Delphy: Verso un materialismo femminista?» — firmata da due sociologhe inglesi, Michèle Barrett e Mary McIntosh [1]. Non ho risposto immediatamente, perché ho percepito questa critica come un attacco non solo alle mie idee, ma anche (cfr. il titolo dell’articolo) a me in quanto individuo. Alla fine sono stata incoraggiata a scrivere una prima versione della mia risposta da alcune amiche che avevano organizzato una scuola estiva di femminismo radicale alla White Lion Free School di Londra, nell’aprile del 1979. È questo testo, intitolato «Da una sovrastruttura all’altra: o come girare a vuoto senza cambiare di posto», che, dopo essere stato discusso, ho sviluppato qui.

Ho cercato, in questo articolo, di mostrare i diversi modi in cui Barrett e McIntosh deformano ciò che ho scritto e di segnalare quelle che, a parer mio, dovrebbero essere le preoccupazioni della critica femminista. Ma, soprattutto, ho cercato di dimostrare che la loro interpretazione del marxismo è fondamentalmente errata e, in questo modo, di portare allo scoperto la schizofrenia che prevale a sinistra per quanto riguarda l’oppressione delle donne. Le analisi contraddittorie che Barrett e MacIntosh formulano sono l’esito di un tentativo disperato di continuare a esentare gli uomini da ogni responsabilità nell’oppressione delle donne.

Mi occuperò, per prima cosa, di alcune delle distorsioni del mio lavoro operate da Barrett e McIntosh. Sono parecchie. Ora, il dovere di essere oneste è tanto più tassativo quando, come fanno Barrett e McIntosh, si utilizzano non solo articoli tradotti e quindi accessibili al pubblico inglese, ma anche testi non tradotti. In questo caso, ovvero quando le lettrici non possono consultare il testo originale per verificare l’interpretazione che le critiche ne hanno dato, l’obbligo di essere scrupolose nel resoconto delle parole citate si impone ancora di più e sono sorpresa che Barrett e McIntosh sembrino non rendersene conto. Se, come si vedrà in seguito, molte di queste distorsioni possono essere attribuite al fatto che la loro posizione teorico-politica ostacola la comprensione del mio lavoro, altre sono inspiegabili e sembrano rivelare un certo grado di malafede.

Così, esse si limitano a un riferimento a un testo non tradotto: «I nostri amici e noi. Fondamenti nascosti di alcuni discorsi pseudo-femministi». In una frase di quel testo parlo delle mogli degli uomini celebri e affermo:

«Un esempio manifesto del carattere mitico della “minaccia borghese” è dato dal fatto che l’unico riferimento concreto consisteva nell’evocazione inorridita di Madame Pompidou. Ora, in tutta evidenza quest’ultima non costituisce una categoria a sé stante e d’altra parte non ha mai, per quanto se ne sappia, manifestato la minima velleità di entrare nel movimento, ancora meno di sovvertirne gli obiettivi rivoluzionari. Ciò che è interessante in questa faccenda è che, nei gruppi americani, Jackie Kennedy, la cui situazione è differente, svolgeva la medesima funzione. È chiaro, sia dalla scelta di un unico individuo in entrambi i casi, sia dalla scelta dello stesso individuo, la moglie del capo di Stato, anch’essa in entrambi i casi, che esse avevano un valore simbolico» [2].

Ora, tutto ciò che ne dicono è che «difendo categoricamente la mia solidarietà con le mogli di uomini eminenti (Madame Pompidou, Jacqueline Kennedy)». Non vedo come si possano interpretare in questo modo quelle frasi. E soprattutto mi pare che, menzionando quel testo, esse avrebbero dovuto almeno illustrarne il tema principale, un tema che certamente non consiste nel «difendere la mia solidarietà con le mogli degli uomini eminenti», ma che di fatto va molto al di là della sola discussione dell’uso delle «borghesi» come simboli, dal momento che quel testo è particolarmente pertinente per la discussione che loro intavolano con me.

Mi meraviglio anche che mi rimproverino di non aver citato ne «Il nemico principale» [3], apparso nel 1970, un articolo di Jean Gardiner pubblicato quattro anni più tardi (cosa che riconoscono, pur conservando il «rimprovero»!) [4]. Sarebbe più logico domandare a Gardiner e agli altri partecipanti al dibattito sul lavoro domestico per quale motivo loro non abbiano citato «Il nemico principale», che era già apparso in inglese nel momento in cui scrivevano.

Asserendo che «benché pronta a discutere di strategia con la femminista socialista Danièle Léger, [Delphy] non lo è a discutere nel dettaglio i fondamenti intellettuali della sua posizione politica con le femministe marxiste che hanno proposto analisi alternative», esse insinuano che io rifiuti la discussione e, per di più, che avrei paura di un dibattito per il quale non disporrei di un equipaggiamento teorico sufficiente. Inoltre,  introducono qui una distinzione tra «femminista marxista» e «femminista socialista» — mentre più avanti i due termini sono equivalenti — e, come se non bastasse, una gerarchia fra le due. Alcune interlocutrici valgono più di altre, sembrano dire: alcune possono parlare dei «fondamenti intellettuali», mentre altre sono confinate alla «strategia».

Da una parte, non ammetto, per principio, questo genere di dicotomia, che trovo profondamente ripugnante. Dall’altra parte, questi «rimproveri» sono fattualmente falsi. Ho discusso diverse volte, e pubblicamente, con Gardiner fra il 1974 e il 1979. L’ho invitata a un seminario franco-inglese sul modo di produzione domestico, co-organizzato da Diana Leonard e dalla sottoscritta nel 1975, e ancora di recente, nel marzo del 1979, a parlare a un seminario che tenevo a Bradford. Quanto alle «analisi marxiste alternative», esse ne affermano l’esistenza senza citarne nessuna. Forse, come me, non sanno dove trovarle, a meno che con quell’espressione non intendano il dibattito sul lavoro domestico? Ora, la critica a questo dibattito era già contenuta ne «Il nemico principale», inoltre ne ho parlato ancora nella mia discussione con Danièle Léger [5].

Più grave è l’insinuazione che io «incanaglisca», che non parli con le «mie pari». È proprio per avanzare una simile insinuazione che, momentaneamente e per le necessità della causa, Danièle Léger viene declassata al rango di «semplice femminista socialista» (in opposizione a «femminista marxista a tutti gli effetti») e la nostra discussione qualificata come «strategica», aggettivo qui opposto a «intellettuale». Questa caratterizzazione è inesatta, perché a essere in questione, nel dibattito con Danièle Léger, sono proprio le concezioni globali che informano le nostre rispettive scelte politiche, e non, principalmente, la strategia. Si dà per altro il caso che io non ammetta questa divisione. Ciò che questo dibattito chiarisce è che una posizione strategica deriva sempre da un’analisi, sia questa esplicita o implicita e che, viceversa, un’analisi è sempre collegata a una posizione «strategica».

Ma ancora più allarmante di questa erronea distinzione tra analisi e strategia è la gerarchia corrispondente che esse tentano di stabilire tra le persone; da un lato le militanti, le praticanti, dall’altro le teoriche; queste ultime devono parlare soltanto tra loro, e soprattutto non possono essere le stesse persone che si trovano fra le prime, e le prime non possono essere le seconde.

Questa divisione tra teoria e pratica, così contraria ai principi del movimento delle donne, come dovrebbe esserlo a quelli di qualsiasi movimento rivoluzionario, è anche e soprattutto la creazione di una gerarchia fra le militanti: ad alcune il compito di fabbricare la teoria, nel vuoto pneumatico; alle altre quello di ascoltarla e metterla in pratica. Questa divisione partecipa — ahimè — dell’anti-intellettualismo di molte attiviste femministe, che rifiutano qualsiasi teoria senza rendersi conto che la loro pratica incorpora sempre, volente o nolente, una teoria, indipendentemente dal fatto che questa venga esplicitata o meno. Questa diffidenza è comprensibile quando coloro che producono teoria assicurano alle altre che, in effetti, la teoria non ha niente a che vedere con la pratica.

Perché la responsabilità principale, qui, è delle intellettuali. Trasformando la teoria nella riserva di caccia di una élite, la loro pratica spiega e giustifica l’anti-intellettualismo delle altre. Le non-intellettuali hanno ragione a difendersi, volendo fare la rivoluzione, da una «teoria» che viene presentata loro come uno strumento di dominio. Ma hanno torto ad abdicare di fronte alle pretese di questa élite auto-designata: la teoria deve essere riconquistata da tutte, non fosse perché tutte ne producono, che se rendano conto o meno. Quelle che ogni giorno creano delle campagne e degli slogan non la chiamano «teoria», e in questo sarebbero confermate da Barrett e MacIntosh, che vogliono conservare «la teoria» come propria pratica specifica e superiore; tuttavia, c’è più teoria in uno solo degli slogan spontanei del movimento — e ne prendo uno a caso, mettiamo: «una donna senza un uomo è come un pesce senza bicicletta» — che in tanti articoli teorici. Il modo in cui Feminist Review oppone «theory» a «instant politics» [6], e disprezza quest’ultima, è non solo falso, dato che una cosa come la «instant politics» semplicemente non esiste, ma è in generale elitario e reazionario, e più specificamente in totale opposizione con i principi basilari del neo-femminismo, secondo i quali ogni donna può parlare della situazione delle donne quanto qualsiasi altra. Questo principio, una delle numerose sfaccettature dello slogan profondo, profondamente rivoluzionario e di cui non abbiamo ancora finito di esplorare tutte le implicazioni teoriche — «il personale è politico» — non è demagogia. È il riconoscimento e l’affermazione del fatto che la rivolta parte dall’oppressione, da ogni oppressione e da nient’altro che dall’oppressione. È il motivo per cui scrivo che

«Teorico designa troppo spesso testi inaccessibili, monopolio di una élite sociale, teorico equivale a ermetismo… Vogliamo distruggere questa equazione. Il nostro obiettivo è restituire alla teoria il suo vero significato e, al tempo stesso, che essa sia affare di tutte, che tutte possano non solo consumarla, ma anche produrla. Perché è teorico ogni discorso, quale che sia il suo linguaggio, che tenta di spiegare le cause e il funzionamento, il perché e il come dell’oppressione delle donne… ogni discorso che tenta di trarre delle conclusioni politiche, che propone una strategia o una tattica al movimento femminista»[7].

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Barbara Kruger, “Knowledge is Power”.

Segnalavo che «privilegiamo una definizione politica del teorico», perché una definizione che li distingue, e a fortiori una definizione che li oppone, è reazionaria. La distinzione tra il politico e il teorico è soltanto uno degli aspetti di una posizione più complessiva di Barrett e McIntosh, posizione a partire dalla quale esse avanzano la loro critica e che trovo, per parte mia, assolutamente criticabile. In effetti, penso ci sia un nesso tra le diverse critiche che mi vengono rivolte e che sono sparse nel testo:

  • quella di cui ho appena parlato;
  • la loro affermazione secondo cui soltanto tre dei miei articoli sarebbero «teorici» («Il nemico principale», «Matrimonio e divorzio» e «Le donne negli studi sulla stratificazione») [8], mentre gli altri sarebbero o «empirici» («La funzione di consumo e la famiglia») [9], o «polemici» (tutti gli altri);
  • la loro affermazione secondo cui queste polemiche sono dirette «contro nemiche individuate all’interno dello stesso movimento delle donne»;
  • la loro instancabile contestazione del mio diritto di usare un vocabolario o un quadro d’analisi marxista:

«[Delphy] utilizza una versione modificata del vocabolario marxista, alterando costantemente la precisione che potrebbe avere (ella sostiene, per esempio, che le donne sono una classe, ma anche che sono una casta e un gruppo dotato di uno status comune).
“Il nemico principale” si fonda per intero sui termini marxisti di “sfruttamento” e di “modo di produzione”, ella non definisce questi termini […] accontentandosi di utilizzarli quando le conviene e di sostituirli con una terminologia sociologica quando lo trova più comodo.
[…] si accontenta di adottare il vocabolario di una versione meccanicista del pensiero marxista screditata…
[Delphy] non si riferisce mai ai lavori di Marx sui modi di produzione, sulla transizione al capitalismo o sulle condizioni alle quali modi di produzione distinti possono coesistere in seno una stessa formazione sociale.
Delphy ha scritto che dei concetti tecnici non possono essere astratti dal loro “contesto reazionario”. Ma non è esattamente questo ciò che lei cerca di fare nel suo uso del marxismo?
La sua analisi è concepita in termini di modi e di rapporti di produzione, di valori d’uso e di valori di scambio, etc., ma la sua ostilità politica nei confronti del marxismo è così grande da farle dire che le posizioni adottate dalle femministe socialiste appartenenti al movimento di liberazione delle donne sono l’espressione di una teoria “elaborata dall’estrema sinistra maschile come razionalizzazione rivoluzionaria dei propri interessi di uomini”. Delphy non avverte la necessità di fare allusione a questo dibattito [sull’ideologia].
Delphy si trae fuori […] da un dilemma concettuale introducendo nel suo ragionamento un termine sociologico (status), sfuggendo così alle conseguenze teoriche del vocabolario marxista che ha preso a prestito».

Evidentemente, potrei replicare punto per punto a queste critiche, sul piano dei fatti: dire, per esempio, che il mio articolo sul consumo familiare, che esse definiscono empirico, non lo è affatto: ma le lettrici potranno constatarlo da sole; meravigliarmi che esse non abbiano notato la progressione teorica negli articoli che decretano «puramente polemici» e indignarmi del fatto che osino affermare che non faccio altro che ripetere quello che ho già scritto, senza dire alcunché di nuovo; domandare loro da dove ricavano che la nozione di status, per esempio, contraddice quella di classe (certamente non da Marx, che riconosceva che la classe degli schiavi era definita statutariamente); ironizzare sulla loro visione del marxismo come proprietà privata — che si «prende a prestito» (da chi?) —, o come rischio — (il cui uso ha delle «conseguenze» talmente spiacevoli da cercare di «sfuggirvi»). Ma invece che sulla lettera, e su ciò che mi concerne personalmente, preferisco concentrarmi sullo spirito che ispira queste critiche e che riguarda l’insieme del movimento femminista.

DALL’USO ALL’ABUSO: IL MARXISMO DEFORMATO

Lo spirito consiste in un insieme di atteggiamenti:

  • un atteggiamento religioso nei riguardi degli scritti di Marx;
  • l’asserzione secondo cui il marxismo costituisce un «tutto» da prendere o lasciare;
  • la confusione tra il metodo materialista, utilizzato per la prima volta da Marx, e l’analisi del capitalismo svolta da quest’ultimo, o piuttosto la riduzione del primo alla seconda;
  • la confusione, perpetrata volontariamente, fra queste due cose e l’interpretazione che ne danno i gruppi «marxisti» della società contemporanea;
  • questa triplice confusione, infine, è presentata come il «tutto» (da prendere o lasciare), il «marxismo», che a propria volta viene presentato non solo come una scienza, ma come la scienza, avendo tutte le caratteristiche di questa pura essenza: in particolare, neutralità e universalità.

L’atteggiamento religioso costruisce Marx come un oggetto di studio in sé: i «marxologi», come indica il loro nome, si interessano a Marx in quanto Marx. Si perde di vista la ragione per cui Marx è importante o, piuttosto, l’ordine delle priorità viene invertito. Essi arrivano a giudicare non Marx in funzione della politica, ma la politica in funzione di Marx. Questo atteggiamento talmudico, di primo acchito, può sembrare in contraddizione con la libertà di interpretazione (che in sé non è un male) che le diverse chiese «marxiste» si sono prese e con il fatto che le loro analisi, tutte «marxiste», divergono radicalmente l’una dall’altra. Ma in realtà la reverenza per la lettera di Marx, la costituzione di questa in riferimento definitivo, quasi divino, il dogma dell’infallibilità servono a costruire l’autorità di cui poi si adorneranno i «marxisti», quali che siano. Il ricorso all’argomento d’autorità, notevole in Barrett e McIntosh, («ho ragione perché sono marxista») non è peculiarmente loro, il che non significa che sia scusabile.

Essendo costruito come il valore dei valori, il «marxismo» è visto non solo come superiore alle lotte, ma esteriore ad esse: la perversione ultima, e tuttavia diffusa, risiede nel fatto che queste persone arrivano a giudicare le oppressioni reali, e persino la loro esistenza, in base alla loro corrispondenza con il «marxismo», e non il marxismo in base alla sua maggiore o minore pertinenza per le oppressioni reali. Tale perversione non è, beninteso, un semplice sviamento dell’intelletto, privato di senso politico. Mettere l’accento su ciò che, in una rivolta come quella delle donne, è compatibile con la loro interpretazione del marxismo, alla fine permette loro di giudicare che una rivolta non è valida o è priva d’importanza (il che equivale a dire che ciò che importa è essere marxiste, non fare la rivoluzione).

Nella misura in cui questi due atteggiamenti, legati tra loro, incarnano il «marxismo», è più che comprensibile che la maggioranza degli/lle oppressi/e, la maggioranza delle femministe, rifiutino di dirsi «marxisti». Come loro, e a differenza di Barrett e McIntosh, metto l’accento su ciò che, nel marxismo, è compatibile con la rivolta delle donne; non verserei una lacrima sul marxismo se fosse necessario abbandonarlo perché si rivela inutile all’analisi dell’oppressione. Questa differenza è essenziale, perché mi pare che il senso stesso del marxismo risieda nella sua utilità politica. Le persone che non hanno uno specifico interesse politico, che non fanno parte di un gruppo oppresso, svuotano di senso il marxismo facendone un oggetto in sé o, piuttosto, così facendo, si rivelano prive di coinvolgimento politico. Che cosa significa questo? È davvero possibile? Nulla è al di fuori del campo politico, semplicemente si è da una parte o dall’altra. Se non sono dalla parte degli oppressi, sono dall’altra. E la loro impostazione intellettuale lo manifesta.

In effetti, subordinare la validità politica a una verità teorica è un’impostazione tipicamente reazionaria (e, accessoriamente, contraria allo spirito del marxismo). Questa verità teorica — una verità teorica quale che sia — semplicemente non esiste. Da dove ricaverebbe la propria verità, una teoria, se non dal fatto che serve a una classe, che è vera o falsa da un punto di vista politico, da una posizione data nella lotta di classe in senso lato? A quale «assoluto della verità» ci si può richiamare per decretare che una teoria è «giusta», senza fare riferimento alla lotta di classe? Non ne ho idea o, piuttosto, ho un’idea fin troppo chiara di questo assoluto: è quello che la scienza borghese pretende di possedere. Ora, è precisamente questa pretesa che il marxismo ha sgonfiato, che Marx ha denunciato, affermando che ogni produzione intellettuale è il prodotto di una situazione e di una pratica reali. LA SCIENZA non esiste, e bisogna chiamarla «scienza borghese».

È altrettanto curioso vedere alcuni «marxisti» (come Althusser) riabilitare la nozione di Scienza, rivendicare una verità assoluta, ma questa volta per il marxismo. Semplicemente, questo statuto non è compatibile con la teoria stessa — il marxismo — a cui viene rivendicato, a meno che il marxismo non rompa con il metodo, il materialismo, che l’ha generato. Ma questo è più che contraddittorio, è inquietante, perché la pretesa di universalità, di assoluto, è precisamente il marchio delle produzioni intellettuali provenienti da posizioni dominanti; solo i dominanti pretendono di essere al di sopra della mischia e devono avanzare questa pretesa, dal momento che tutto il loro sapere, la loro Scienza, punta a fingere che questa mischia non esista: a negare la lotta di classe. Di qui si può concludere che ogni rivendicazione di universalità, per qualsiasi sapere, nasconde la prospettiva dei dominanti (dominanti all’interno di quale antagonismo resta da determinare e varia a seconda dei casi).
Ora, Barrett e McIntosh presentano come un critica il fatto che

«Tutti i lavori di Delphy mostrano chiaramente che il suo punto di vista teorico è intimamente legato al suo punto di vista politico ed ella d’altronde sostiene che “ciascuno è indispensabile all’altro”».

Esse sottendono che non solo la loro posizione teorica non è legata alla loro posizione politica, ma anche che questa sarebbe una cosa buona: che la teoria può essere indipendente dalla posizione sociale e/o politica che occupiamo e che, addirittura, deve esserlo. Nel testo che citano, «Per un femminismo materialista» [10], sostengo che la teoria non deve essere indipendente dalla politica, ma anche che in ogni caso, se pure lo volesse, non può esserlo. In questo modo non faccio altro che riaffermare ciò che è stato detto da molti autori, a cominciare da Marx, e che è la base del metodo materialista.

«Ogni conoscenza è il prodotto di una situazione storica, che essa lo sappia o meno» [11].

L’idea di una scienza neutra — di una teoria non collegata a una posizione sociale/politica — non è un’idea a propria volta neutra, non proviene da un’assenza di posizione socio/politica, poiché una simile assenza è inconcepibile. L’idea che il sapere non abbia fondamento nella posizione sociale è, al contrario, prodotta da una precisa posizione sociale: la posizione di dominio.

«Ma che essa lo sappia o meno fa una grande differenza: se non lo sa, se si pretende “neutra”, essa nega la storia che pretende di spiegare, è ideologia e non conoscenza» [12].

Così, quando Barrett e McIntosh vedono il radicamento di una teoria in una posizione politica come una debolezza, fanno mostra, al tempo stesso, di adottare una nozione del sapere e dunque del marxismo che non solo è profondamente antimarxista, ma che soprattutto è profondamente reazionaria e dunque antifemminista. Due degli usi politici immediati più gravi di questa posizione, visibili nel loro testo, sono: da una parte, giustificare il fatto di non rivelare da quale posizione politica parlano; dall’altra parte, suggerire che persone diverse dagli oppressi — teorici, scienziati — possono parlare dell’oppressione. Questa posizione è direttamente legata al contenuto reazionario della posizione politica che nascondono.

Si è visto che la reificazione-deificazione di Marx serve a costruire l’autorità che diventerà l’argomento per imporre le tesi «marxiste». Si tratta semplicemente di un modo per evitare la discussione, per dispensarsi o credersi dispensati dalla dimostrazione della coerenza interna di un ragionamento facendo appello a un principio d’autorità che, giustamente, fa orrore alle femministe — e ad altri — e le allontana dal marxismo.

Ma le tesi «marxiste» sono numerose. Tuttavia, hanno tutte un punto in comune: i vari partiti e le scuole che si attribuiscono il titolo di «marxiste» concordano nel perpetrare, sotto la copertura dell’autorità che i loro studi talmudici hanno conferito all’uomo Marx, una confusione imperdonabile tra i principi del materialismo e l’analisi che Marx ha svolto (e che essi interpretano liberamente e diversamente) del modo di produzione capitalista. Benché non scusabile, questa riduzione dei primi alla seconda oggi è talmente diffusa che la maggior parte dei «marxisti» e molti altri pensano che il capitalismo abbia «inventato» lo sfruttamento, che il capitalismo sia lo sfruttamento e che lo sfruttamento sia il capitalismo. Ancora una volta, non si tratta di un semplice «errore» o di «ignoranza» fortuita; questo «errore» ha un significato politico che le femministe hanno ben afferrato: esso fa dell’antagonismo tra proletari e capitalisti — che è una delle forme possibili dello sfruttamento — il conflitto principale laddove esso esiste, il modello di ogni oppressione, infine la definizione stessa dello sfruttamento. Ciò è evidente quando i «marxisti» sostengono o che il femminismo non può utilizzare il marxismo (Adlam, Red Rag), «perché il marxismo non si occupa della divisione sessuale», o che lo sfruttamento delle donne non esiste «dato che il marxismo non si occupa della divisione sessuale» (Mark Cousins, M/F). Entrambi qui confondono il marxismo — il metodo — con l’analisi marxista del capitalismo — una delle applicazioni possibili di questo metodo.

Ora, i concetti utilizzati per l’analisi dello sfruttamento capitalista (del capitale, per semplificare) non possono, effettivamente, rendere conto dello sfruttamento delle donne, per la stessa ragione per cui non possono rendere conto dello sfruttamento dei servi, o degli schiavi, o degli «indentured servants» [13], o dei prigionieri dei campi di lavoro, o dei fittavoli africani, per la semplice ragione che i concetti utilizzati per rendere conto dello sfruttamento mediante il salario — ed è l’argomento del Capitalenon possono rendere conto dello sfruttamento dei non salariati. Ma i concetti utilizzati per l’analisi del capitalismo non esauriscono il pensiero marxista: al contrario, essi stessi sono derivati da concetti più generali. In che modo, altrimenti, Marx avrebbe potuto analizzare modi di produzione e di sfruttamento non capitalisti, come lo schiavismo e il feudalesimo? I concetti di classe e di sfruttamento non derivano dallo studio del capitalismo; al contrario, ne costituiscono una premessa, lo permettono e sono all’origine della nozione di capitalismo nel suo senso marxista, cioè come sistema particolare di sfruttamento. E questi concetti più generali — classe, sfruttamento — non solo non esigono affatto che la divisione sessuale venga ignorata, ma al contrario sono estremamente utili per spiegarla. E qui intendo spiegare in senso forte: non descrivere, né limitarsi a descriverne gli effetti, ma rendere conto della sua genesi. Questi concetti sono i concetti chiave del materialismo, al quale attribuisco due fondamenti. Per me, il materialismo è

«Una teoria della storia, in cui questa si scrive in termini di dominio dei gruppi sociali gli uni sugli altri» [14].

L’ultima istanza del dominio è lo sfruttamento. Questo postulato spiega e/o è spiegato dall’idea che il modo in cui la vita viene materialmente prodotta e riprodotta è la base dell’organizzazione di ogni società, quindi è fondamentale sia a livello individuale, sia a livello collettivo. Il marxismo è, in tutta evidenza, materialista. In questa misura, è utilizzabile dal femminismo. Nella misura in cui il materialismo parte dall’oppressione e, viceversa, se si ammette che partire dall’oppressione definisce, fra le altre cose, un approccio materialista,

«Una scienza femminista […] vuole arrivare a spiegare l’oppressione, per farlo deve partire da questa […] essa sfocia inevitabilmente in una teoria della storia materialista» [15].

A mio parere, il materialismo non è uno strumento possibile, fra altri, per i gruppi oppressi: è lo strumento stesso, precisamente nella misura in cui è l’unica teoria della storia per la quale l’oppressione è la realtà fondamentale, il punto di partenza. Nel corso dei decenni tutto questo è stato occultato dalle persone che si sono appropriate del marxismo e che, da una parte, hanno ridotto il materialismo alla sola analisi del modo di produzione capitalista, e dall’altra parte hanno evacuato il materialismo stesso da questa analisi, trasformandolo in un’analisi dotta fra le tante e in competizione con altre esclusivamente per quanto riguarda i suoi «meriti intellettuali», lasciando così cadere il senso profondo che dava impulso all’analisi marxista e ne caratterizzava l’impostazione: la spiegazione dell’oppressione e la lotta contro di essa.

Così è chiaro che il misconoscimento della divisione sessuale nell’analisi del capitale non impedisce affatto l’applicazione di concetti materialisti all’oppressione delle donne. In compenso, questo misconoscimento pone un problema non alle donne, ma all’analisi del modo di produzione capitalista. In effetti, non si tratta tanto di un misconoscimento, quanto di una mancata problematizzazione. L’analisi che Marx ha fatto dello sfruttamento salariale non è, come invece sostiene Mark Cousins, indifferente alla divisione sessuale o, in ogni caso, non nel senso in cui Cousins (e gli altri) lo intendono. Essi pensano che nell’analisi del Capitale, le posizioni descritte — o le classi costituite attraverso l’analisi —, capitalisti e operai, possano essere indifferentemente occupate da uomini o da donne. Per loro, il fatto che siano occupate soprattutto da uomini è un fattore estrinseco, che nulla toglie alla validità dell’analisi, il che implica che sarebbe la stessa cosa se queste classi fossero costituite in parti uguali da donne e da uomini. Ora, ciò è falso; l’analisi del modo di produzione capitalista è indifferente alla divisione sessuale nel senso che il fatto che le posizioni non possano essere occupate indifferentemente da uomini o da donne non è nemmeno percepito come un problema; gli è indifferente, certo, ma nel senso opposto: essa dà per scontata la divisione sessuale, la riconosce e la integra, vi si fonda.

Pertanto, un’impostazione materialista non può accontentarsi di aggiungere l’analisi materialista dell’oppressione delle donne all’analisi dell’oppressione degli operai svolta al modo di Marx e dei marxisti. Le due non possono semplicemente addizionarsi perché la prima modifica necessariamente — deve modificare — la seconda. Il femminismo modifica necessariamente il marxismo in diversi modi. Da una parte, perché gli è impossibile accettare la riduzione del marxismo alla sola analisi del Capitale; dall’altra parte perché, dal momento che la lotta operai/capitalisti non è più l’unica lotta, questo antagonismo non può più essere considerato l’unica dinamica della società, infine perché essa modifica pure l’analisi del capitale dall’interno.

In effetti, il riconoscimento dell’esistenza del patriarcato o, per quelle turbate dal termine, della divisione sessuale (che nessuno può negare e che per me sono un’unica e medesima cosa), mette in evidenza che la «classe operaia» descritta dai marxisti e da loro caratterizzata come «teoricamente asessuata», in realtà è sessuata e non solo in maniera empirica e contingente. Si tratta proprio della sola componente maschile della classe operaia. Tutti i concetti utilizzati da Marx, poi dagli altri, assumono come definizione strutturale e teorica della condizione operaia la sorte dell’operaio maschio. Da una parte, le donne operaie sono invisibili, assenti da quest’analisi; dall’altra parte, il lavoro domestico e il suo sfruttamento vengono dati per scontati. Sicché, non solo la riduzione del marxismo all’analisi del capitale, ma il contenuto stesso di tale analisi, rendono impossibile applicare questo marxismo all’oppressione delle donne. Ma più ancora, la considerazione dell’oppressione delle donne — essere femminista significa questo — rende, o dovrebbe rendere, impossibile accettare, anche per quanto riguarda il Capitale, l’analisi così com’è.

Questi due obiettivi — estendere i principi del marxismo, cioè il materialismo, all’analisi dell’oppressione delle donne e rivedere l’analisi del Capitale a partire dalle acquisizioni dell’analisi femminista — sono ciò che dovrebbe definire, se le parole hanno un senso, un’impostazione marxista-femminista o femminista-marxista. È la possibilità stessa di una simile impostazione ciò che Barrett e McIntosh tentano di negare, o meglio, di proibire, affermando la propria concezione del marxismo come l’unica possibile e sostenendo, inoltre, che sarei in contraddizione con me stessa, che cercherei di fare con il marxismo ciò che dichiaro impossibile: «astrarre concetti tecnici dal loro contesto reazionario». Notando di passaggio che esse qui qualificano il marxismo come «contesto reazionario», ribadisco che ciò è vero per la maggior parte delle teorie globali della società o dell’umanità: infatti, le spiegazioni del mondo in generale, siano esse antropologiche, sociologiche o psicoanalitiche, sono incapaci di spiegare, e a fortiori di contribuire a sopprimere l’oppressione delle donne, nella misura in cui la assumono come un dato. Ciò vale anche per il marxismo inteso alla maniera di Barrett e MacIntosh, cioè per l’analisi convenzionale del Capitale, e che «sia illusorio pretendere di arrivare a interpretazioni differenti con gli stessi strumenti concettuali» [16] è abbondantemente dimostrato dal fallimento del «domestic labour debate» [17].

marxist-feminism

È proprio per questo che non utilizzo tale analisi e che ritengo che nemmeno loro dovrebbero utilizzarla. Ma questo non è vero del materialismo, ed è la ragione per cui una impostazione femminista materialista è non solo possibile, ma necessaria, checché ne dicano Barrett e MacIntosh.

POLEMICA E CRITICHE FEMMINISTE

Questo insieme di atteggiamenti, dunque, costituisce il nocciolo del problema ed è il motivo per cui gli ho dato priorità, lasciando temporaneamente da parte la loro polemica… sulla polemica. Perché è proprio di questo che si tratta, fra le altre cose, in questo articolo polemico, di criticare, quando viene fatto da me, ciò che loro stesse stanno facendo! Potrei, beninteso, fermarmi qui con la risposta e accontentarmi di menzionare questa ironia lasciando loro il beneficio del dubbio, ammettendo che l’abbiano fatto deliberatamente, per essere spiritose. Ma voglio cogliere l’occasione per affrontare il nocciolo del problema ed esaminare la questione della polemica, il che non significa prendere le loro difese, dato che c’è polemica e polemica.

Barrett e McIntosh mi rimproverano di scrivere articoli polemici e non teorici, di «trovare le mie nemiche all’interno del movimento», di oppormi ad altre femministe, di odiare il marxismo, cosa che sarebbe dimostrata dalla mia «opposizione alle femministe socialiste». Esse utilizzano «polemica» in senso peggiorativo; anzitutto intellettualmente peggiorativo, quindi politicamente peggiorativo. Intellettualmente questo non significa alcunché, come ho detto in precedenza a proposito dei miei articoli. Ma, in senso più generale, è assurdo opporre il polemico al teorico per una ragione molto semplice: nessuna idea nuova emerge nel vuoto. Laddove questa vuole insediarsi, esiste già da sempre un’altra idea, sulla stessa questione, un’idea accettata, che quindi occorre preliminarmente demolire. I teorici sono sempre stati dei polemisti; uno dei più grandi, Karl Marx, è stato anche uno dei polemisti più accaniti della propria epoca in tutte le sue opere, anche quelle che non sono esplicitamente polemiche, anche quelle il cui titolo non è «Critica della…». Egli poteva costruire una teoria materialista del capitale soltanto contrastando, e demolendo preliminarmente, le teorie sul capitalismo degli economisti liberali.

Sul piano dei fatti della storia intellettuale, questa opposizione tra polemico e teorico non ha, pertanto, alcun senso; ma sul piano politico ne ha uno, che è pericoloso; in effetti, Barrett e McIntosh assimilano esplicitamente «polemico» a «politico» nel loro testo, vale a dire che la loro opposizione alla polemica — opposizione di principio, poiché nella pratica vi si dedicano allegramente — si nutre della concezione reazionaria della scienza pura rilevata in precedenza.

A che cosa vogliono arrivare, esattamente, con la loro accusa di polemica? A un’accusa di «non-sorellanza», dal momento che — dicono — io «troverei le mie nemiche all’interno del movimento» (il che evidentemente non è il loro caso). Se ne può discutere sul piano dei fatti e sul piano dei principî. Sul piano dei fatti, devo rilevare, poiché mi costringono a fare la distinzione, che, a differenza loro, individuo i miei «nemici principali» al di fuori del movimento femminista. Che si tratti di uomini femministi come quelli denunciati in «I nostri amici e noi» o di donne come Annie Leclerc, che si guarda bene dall’essere femminista [18], i due articoli — su dieci — in cui ho esplicitamente criticato degli individui prendevano a bersaglio autori chiaramente, senza contestazione possibile, e per loro stessa ammissione, esterni al Movimento.

Tuttavia, benché non sia la mia pratica, al contrario di quella di Barrett e McIntosh, non per questo penso che sia illegittimo polemizzare all’interno del Movimento e questo per una ragione evidente: il Movimento non è un’isola, le femministe non sono nate per generazione spontanea, non vivono su un altro pianeta, non sono al di fuori di questa società. I modi di pensare al di fuori del Movimento si ritrovano anche all’interno del Movimento. Se non fosse così, sarebbe tutto così semplice! Se non fosse così, perché uno dei primi slogan del Movimento è stato «toglietevi il fallo che è nella vostra testa»? Disfarci di questo pensiero dominante è un compito prioritario, e collettivo, che richiede la libertà di critica. Proibircela, significa proibirci di progredire. È un atteggiamento, più che sterile, pericoloso. Perché come ha sostenuto — cito a memoria — J. Mitchell, «il pericolo dell’esterno non consiste tanto nella sua opposizione, ma nella sua influenza». E come ha sostenuto Monique Plaza, nella sua introduzione a «Potere “fallomorfo” e psicologia de “la Donna”», che è una critica al pensiero esemplificato da Luce Irigaray, proibire la critica con il pretesto che questa si dirige verso un’autrice significa «individualizzare e moralizzare un problema», mentre

«Quello che ci interessa nella critica femminista di un discorso è rinvenirne le determinanti sociali… quello che ci trattiene è l’inviluppo dell’autore in regole e schemi che gli sono esteriori» [19].

Ciò è ancora più vero quando critichiamo altre femministe. Penso che, in queste due citazioni, gli obiettivi, ma anche le condizioni, di una critica femminista siano definiti abbastanza bene: la critica femminista è anzitutto — sembra una tautologia — femminista, cioè non attacca di certo un individuo, ma un modo di pensare; ma soprattutto, essa si rivolge a ciò che in questo modo di pensare non è femminista, e in questo essa è necessariamente solidale anche con la donna attaccata. Una critica femminista prende sempre di mira, anche all’interno del Movimento, l’esterno; viceversa una critica non è femminista, anche se fatta dall’interno del Movimento, se non prende di mira l’esterno, ma al contrario parte dall’esterno (da argomenti, da teorie, da interessi esterni).

Per osare rimproverarmi di polemizzare, in una polemica che lettrici giudicheranno se femminista o meno, Barrett e McIntosh hanno dovuto vincere la paura del ridicolo, e per vincere la paura del ridicolo, al pari di qualsiasi altra paura, serve una motivazione potente. Osserviamo più da vicino gli argomenti sull’«interno del Movimento» e «il marxismo». Da una parte, il disaccordo con alcune posizioni delle femministe socialiste viene addotto come prova necessaria e sufficiente di «ostilità al marxismo»: si suppone, dunque, che le femministe socialiste e le femministe marxiste incarnino il marxismo in ogni loro minima parola. Dall’altra parte, le posizioni delle femministe marxiste e socialiste vengono presentate come provenienti dall’«interno del Movimento»: le femministe socialiste marxiste rappresentano quindi il femminismo.
Ora, bisogna scegliere:

  • o queste posizioni sono effettivamente marxiste e, poiché il marxismo non è stato inventato, per quanto se ne sappia, dalle femministe, queste posizioni non sono specificamente femministe; in quanto marxiste, esse non sono né più né meno femministe, né più né meno antifemministe, di qualsiasi altra posizione proveniente dall’esterno, e attaccarle non significa affatto «dirigersi all’interno del Movimento»;
  • o queste posizioni sono puramente femministe, non devono nulla al marxismo e allora non si vede perché attaccarle significherebbe «essere ostile al marxismo».

Infine, in entrambi i casi non c’è alcuna ragione — al contrario, come ho detto in precedenza — per proibirsi di criticare posizioni marxiste o alcune posizioni femministe. Ma se Barrett e McIntosh hanno attaccato così violentemente la libertà di criticare sia le posizioni marxiste, sia le posizioni femministe, è appunto per arrivare a una doppia censura che sfocia in una doppia validazione e in una situazione privilegiata per alcune teoriche — le femministe marxiste.

In effetti, se da una parte si accettasse il principio di autorità del «marxismo» nella versione che esse difendono, e il corollario per cui non bisogna attaccarlo, e dall’altra parte si accettasse il mito secondo cui la solidarietà femminista proibisce le critiche «all’interno del movimento», il marxismo convaliderebbe alcune posizioni «femministe» e soprattutto, inversamente, il femminismo convaliderebbe il marxismo. Secondo Barrett e McIntosh le posizioni femministe-marxiste sono inattaccabili perché sono «marxiste»: attaccarle significa essere «ostile al marxismo». Ma se anche superassimo questo tabù, e ce ne infischiassimo di essere tacciate di «ostilità al marxismo», diventerebbe impossibile essere ostili al marxismo, dal momento che, nella logica diabolica di Barrett e McIntosh, il Movimento avanza per coprire il «marxismo» con la sua ala materna; a partire dal momento in cui viene difeso dalle femministe marxiste, il marxismo diventa «femminista» e attaccarlo equivale manifestamente a prendersela con le proprie sorelle.

Quale magnifico esempio di double bind! Ecco un colpo che, se riuscisse, metterebbe quelle che si dicono femministe marxiste in una posizione di controllo assoluto di tutto il Movimento, poiché diventerebbero immuni da ogni critica. Fortunatamente un tentativo del genere è condannato in partenza dalla trasparenza del sillogismo che utilizza. Ma al di là dell’ingenuità dei mezzi intellettuali messi all’opera, rimane l’intenzione machiavellica di controllare l’insieme del Movimento. E controllarlo in nome di cosa?

La posizione «femminista marxista» che esse pretendono di difendere non esiste o, piuttosto, l’epiteto di «femminista marxista» le viene ingiustamente attribuito. Ho già descritto in precedenza come dovrebbe essere una posizione per potersi definire «femminista-marxista». Tale posizione consisterebbe nel fare due cose che Barrett e MacIntosh non fanno: applicare il materialismo all’oppressione delle donne; rivedere l’analisi del Capitale a partire dall’analisi del patriarcato.

In che cosa consiste, quindi, la loro posizione? Si tratta della semplice giustapposizione di due interessi politici: l’interesse anticapitalista e l’interesse antipatriarcale. Anzitutto, ci si può chiedere quale donna, nel Movimento, non sia al tempo stesso antipatriarcale e anticapitalista; dunque, perché alcune hanno bisogno di una denominazione particolare? Ma si tratta di una questione così importante che non posso affrontarla nel quadro di questo articolo. La giustapposizione dei due interessi non basta a giustificare l’impiego del termine marxista-femminista, dato che una simile espressione denota una fusione dei due tale da sfociare in una visione unificata applicabile a tutti i problemi. Ora, questa visione Barrett e McIntosh non ce l’hanno e non possono averla, in ragione del loro rifiuto di operare tale fusione e, più precisamente, di fare le due cose sopramenzionate, che ne costituiscono la condizione preliminare. La loro concezione di ciascuno dei termini di questa giustapposizione, la loro concezione del marxismo in particolare, le condanna a non poter realizzare una simile unificazione. In effetti, nella loro posizione, l’incontro fra il femminismo e il marxismo costituisce un limite. Per loro, il marxismo equivale all’analisi convenzionale del Capitale; ora, in base a tale analisi, il conflitto capitalista è la dinamica fondamentale della società. Le donne, lo si è visto, sono doppiamente escluse da tale dinamica (dalla dinamica dell’analisi convenzionale, beninteso, non da quella dell’analisi marxista femminista che resta da fare). Da una parte, perché l’analisi convenzionale non può rendere conto della loro oppressione e, per di più, perché tale analisi incorpora l’oppressione delle donne come un dato.

In questo modo la loro posizione — che Barrett e McIntosh spacciano per «femminista-marxista» — ha come implicazione logica la necessaria e inevitabile subordinazione dell’oppressione e della lotta delle donne alla lotta anticapitalista. È la loro posizione reale? A quest’altezza, cioè basandomi unicamente su ciò che dicono e non tenendo conto della storia del Movimento, si tratta soltanto di un sospetto. A dare adito a un simile sospetto è il fossato esistente fra la collera che il mio lavoro suscita in loro e le ragioni con cui la giustificano, la sproporzione tra l’intenzione di screditare totalmente la mia impostazione e gli argomenti che invocano contro di essa. Evidentemente c’è qualcosa d’altro, oltre a quello che dicono, che provoca la loro collera, qualcosa che non dicono e che occorre cercare.

UNA DOPPIA OFFENSIVA CONTRO IL FEMMINISMO MATERIALISTA 

Il fatto che esse non osino rivelare la loro vera posizione, dato che non scrivono mai a chiare lettere la teoria che oppongono alla mia, e che tuttavia è la teoria di riferimento a partire dalla quale mi criticano, fornisce già almeno una indicazione sulla sua natura: le premesse politiche e le implicazioni di questa teoria rischierebbero di essere spiacevoli per il movimento di liberazione delle donne. Tale sospetto è confermato dal fatto che esse utilizzano non una, bensì due linee argomentative per respingere l’analisi materialista dell’oppressione economica delle donne; perché ricordo che è di questa, e di questa soltanto, che mi sono occupata; ho scritto esplicitamente — e a partire dal mio primo articolo — che non solo non avevo la pretesa di spiegare tutti gli aspetti dell’oppressione, ma anche, più precisamente, che ogni aspetto riferibile alla sessualità era, da una parte, altrettanto importante e materiale dell’oppressione economica, e, dall’altra parte, fuori dal campo della mia analisi. Sicché, le allusioni di Barrett e McIntosh al fatto che la mia teoria non spiegherebbe tutto mi lasciano indifferente, dato che non ho mai avuto l’ambizione di spiegare tutto.

Barrett e MacIntosh utilizzano, quindi, non una, ma due linee argomentative contro la mia analisi. Ma ciò che è curioso è che questi argomenti non sono complementari, ma, al contrario, logicamente incompatibili. Ciononostante, essi devono pur avere qualcosa in comune, non fosse altro che il fatto di essere utilizzati allo stesso scopo, e c’è da scommettere che è in ciò che li accomuna, e non nel loro contenuto specifico, che si trova il loro senso reale. Uno è fondato sull’analisi del lavoro domestico e, dunque, ritiene legittimo lo studio dell’oppressione economica delle donne. L’altro, al contrario, è fondato sul rifiuto di ogni studio dell’oppressione economica, un approccio che viene qualificato come «economicista». Ciò che questi due argomenti hanno in comune è unicamente la logica del passaggio dall’uno all’altro. Pertanto questa logica, posto che si riesca a individuarla, deve costituire il messaggio reale — benché nascosto — del loro articolo.

IL LAVORO DOMESTICO: L’OPPRESSIONE ECONOMICA DELLE DONNE

Nella parte della loro critica in cui tentano di affrontare l’economia politica dell’oppressione delle donne, Barrett e McIntosh rivelano una totale incomprensione del tipo di approccio adottato da me e altre. Dopo aver accettato che l’argomento del mio lavoro è l’insieme del lavoro domestico, sembrano decidere, nello spazio di un paragrafo, che ai miei occhi soltanto le mogli di agricoltori vengono sfruttate, e concludono che, poiché le mogli di agricoltori sono soltanto il 10% in Francia e ancora meno in Inghilterra, la mia analisi non è particolarmente pertinente per la Francia, e non lo è affatto per l’Inghilterra. Ora, il mio edificio teorico non si «regge» sulla proporzione di queste donne nella popolazione femminile generale. Utilizzo l’esempio del lavoro delle mogli di agricoltori — che, benché produttivo di beni destinati al mercato, tuttavia non viene pagato — per dimostrare la falsità della teoria in voga presso alcune femministe marxiste, come Sue Himmelweit, secondo la quale il lavoro domestico non viene pagato perché produce dei «valori d’uso» e non dei «valori di scambio» [20]. Cerco di dimostrare che le mogli realizzano un lavoro produttivo per i loro mariti nel rapporto di lavoro del matrimonio. Di conseguenza, il numero delle mogli di agricoltori non ha, a rigore, alcuna importanza ai fini della dimostrazione. Anche se ne esistesse soltanto una, e vivesse a 10.000 chilometri dalle coste britanniche, finché le donne in Inghilterra laveranno i piatti — come tendo a pensare in base a quanto mi riferiscono informatrici senza dubbio parziali — la mia analisi attraverserà la Manica senza problemi.

Barrett e MacIntosh mi rimproverano anche di vedere «soltanto la metà della produzione familiare, quella della casalinga», e di non considerare «il rapporto dell’uomo alla propria sussistenza», cosa che mi permetterebbe di scoprire che «la principale attività dell’uomo è nella sfera sociale del lavoro salariato». Così, sembrerebbe che io non abbia visto ciò che non smetto di gridare ai quattro venti: che gli uomini e le donne hanno rapporti di produzione diversi. Ma, in tutta evidenza, Barrett e McIntosh cercano di non vedere queste differenze, dato che il loro scopo è tentare di annullarle parlando dell’«economia domestica» come di una totalità indissolubile costituita dal lavoro della donna e dal salario dell’uomo. Sembra il modo in cui gli economisti liberali trattano l’economia di mercato come indissolubilmente costituita dall’alleanza tra capitale e lavoro. Il fatto che questa mutua dipendenza non sia esattamente reciproca, e che ciò permetta a uno degli elementi indissociabili di dissociarsi dall’altro quanto basta per sfruttarlo, è qualcosa che non vogliono vedere.

Che cosa significano questa riconciliazione della coppia, questa negazione degli antagonismi sessuali all’interno dell’«economia domestica», questo rifiuto di osservare il suo funzionamento interno? Significa che Barrett e McIntosh aderiscono, come accennano di sfuggita, alla teoria proposta dalle partecipanti inglesi al dibattito sul lavoro domestico, secondo la quale il lavoro domestico serve soltanto ad abbassare il livello generale dei salari: ciò significa che lo sfruttamento economico delle donne non solo avvantaggia il capitalismo, ma avvantaggia soltanto il capitalismo. Esso non può avvantaggiare in alcun modo nessun uomo, poiché, lungi dall’avvantaggiare i mariti, il lavoro domestico svolto dalle mogli viene utilizzato per sfruttare ancora di più i loro mariti abbassando i loro salari.

Un altro dei loro argomenti consiste nel sostenere:

  • che la mia analisi «non offre alcuna distinzione tra la situazione delle mogli e quella delle donne in generale»;
  • che essa «non rende conto della categoria delle madri»;
  • che il mio impiego del termine «patriarcato» è «ambiguo», perché «[Delphy] denuncia ora il sistema tramite il quale i mariti si appropriano del lavoro delle loro mogli, ora… il dominio del padre sulla famiglia»;
  • e, infine, che la mia analisi non dice alcunché a proposito delle donne che «come la stessa Christine Delphy, noi e molte altre femministe non sono firmatarie del contratto di lavoro coniugale».

Tutte queste critiche hanno origine o dall’incomprensione o, temo, dalla malafede. Il potere del marito e il potere del padre non sono opposti; entrambi sono il potere del capofamiglia, e questo potere rende conto sia dell’appropriazione del lavoro dei figli e della moglie, sia di quella del lavoro dei parenti celibi, donne e uomini, e di altri dipendenti del capofamiglia.

L’assurdità di cui mi accusano — «bisogna considerare sfruttatori i bambini, i vecchi e gli invalidi?» — esiste solo nella loro testa. Poiché comprendono così poco il concetto di appropriazione, sono incapaci di distinguere tra la persona a cui un servizio viene reso e la persona che si appropria del lavoro incorporato in quel servizio. È chiaro che i servizi applicati ai bambini non vengono appropriati da loro, ma dalla persona che dovrebbe fare la metà del lavoro se la donna non ne effettuasse la totalità, cioè il marito. Sebbene io non abbia affrontato esplicitamente il lavoro gratuito effettuato da donne celibi per i loro parenti anziani, per esempio, il concetto di appropriazione indica la direzione in cui cercare i veri beneficiari. In che modo questo concetto possa rendere conto di situazioni al di fuori del matrimonio, l’ho già illustrato nella mia analisi del divorzio [21], dimostrando che il lavoro delle ex-mogli continua a essere appropriato dai loro ex mariti dopo che il matrimonio propriamente detto è dissolto.

Non ho sostenuto che le donne possono sfuggire all’oppressione semplicemente evitando il matrimonio, perché è vero il contrario. Se lo pensassi, per quale motivo direi che lo sfruttamento del lavoro domestico è la base dello sfruttamento economico di tutte le donne? Se Barrett e McIntosh non riescono a capire perché il matrimonio le opprime, benché loro stesse non siano sposate, hanno un problema. Per non citare che uno dei modi in cui il matrimonio influenza la situazione di tutte le donne, è evidente che questa situazione, cioè quella di Barrett, McIntosh e della sottoscritta sul mercato del lavoro — il super-sfruttamento di tutte le donne sul mercato del lavoro salariato — è determinata dalla situazione domestica della maggioranza delle donne [22] e, più precisamente, costituisce una pressione economica al matrimonio. Non citerò nemmeno le altre sanzioni legate allo stato di zitella, se non per dire che, a mio avviso, la punizione del celibato deve avere qualcosa a che fare con il matrimonio.

Esse oppongono «madri» a «mogli» e «allevamento dei figli» a «matrimonio». E anche la loro scelta a favore delle «madri» e dell’«allevamento dei figli» è interessante. Perché anche nell’ideologia dominante «mogli» fa riferimento a un rapporto, mentre «madri» connota un fatto naturale. Il matrimonio è un’istituzione, mentre l’allevamento dei figli è un compito che può essere svolto in qualsiasi rapporto di produzione; la parola, dunque, non dice nulla delle condizioni di esecuzione, se queste non vengono specificate. La scelta di questi termini indica la scelta di un approccio a-storico, tecnico, a-sociale, indicazione totalmente confermata dalla frase:

«Un’analisi dell’allevamento dei figli e della posizione delle donne in rapporto alla riproduzione della specie condurrebbe a un’analisi del ruolo delle donne nella riproduzione della forza-lavoro e delle forze e dei rapporti della produzione capitalista in generale» (sottolineatura mia).

Qui abbiamo la loro teoria e tutte le sue falsità ricapitolate con una notevole abbreviazione. Per quanto riguarda la confusione fra (a) la riproduzione biologica, (b) la riproduzione della forza-lavoro e (c) la riproduzione in generale (una confusione che, incidentalmente, non è «femminista», ma che è stata promossa dall’etnologo Meillassoux), si veda l’eccellente critica di Felicity Edholm, Diana Harris e Kate Young [23]. Ma la base stessa di tale confusione è l’impostazione naturalista. Qui veniamo messe di fronte a un biologismo di una rozzezza stupefacente, che però cessa di essere così stupefacente non appena si realizza che è il postulato nascosto di tutto il dibattito sul lavoro domestico, un postulato che viene rivelato in maniera ingenua e, in questo senso, abbastanza commovente da Janet Bujra, che nel 1978 scrive:

«Sono le donne invece degli uomini ad essere ancorate al lavoro domestico semplicemente [sic] in ragione del loro legame innato alla riproduzione biologica» [24].

Non si potrebbe essere più franche. Abbiamo qui a che fare con la più antica «teoria» della divisione sociale del lavoro. Essa è «marxista», se per «marxista» si intende tutto ciò che è stato adottato dai «marxisti». Invece, se per «marxista» si intende «materialista», allora non è una teoria marxista. Come Barrett e MacIntosh possano riconciliare questa impostazione naturalista con un’analisi in termini di sfruttamento è un mistero. Nella loro prospettiva le donne sono sfruttate perché l’handicap naturale del parto, a cui si aggiunge l’handicap dell’allevamento che deriva «naturalmente» dal primo, le mette in una posizione vulnerabile.

In queste condizioni, è comprensibile che esse interpretino in modo sbagliato il mio lavoro [25] e che non vedano che le risposte alle loro domande vi sono già contenute. Il termine «madre» non pone alcun problema per loro. Non si capisce se vogliano dire «partorienti» o «allevatrici di figli». Non fanno distinzione, perché per loro il termine connota al tempo stesso entrambe le cose e questo perché, ai loro occhi, una deriva dall’altra: le donne alleverebbero i figli perché li hanno messi al mondo. Esse ritengono che io condivida la loro posizione perché «concedo» che «da un punto di vista analitico la responsabilità dell’allevamento dei figli può precedere il matrimonio» [26], mentre sostengo l’esatto contrario. Non dico che le donne che hanno dei figli sono delle «madri» e dunque suscettibili di essere sfruttate. Dico, al contrario, che poiché il loro lavoro è appropriato, le donne devono allevare gratuitamente i figli. Non dico che la «maternità» spiega l’appropriazione del lavoro delle donne, ma al contrario che l’appropriazione del loro lavoro, realizzata fra l’altro attraverso l’allevamento gratuito, costituisce le donne in madri. Sicché la maternità, lungi dall’essere un fatto naturale che dà origine allo sfruttamento, è una costruzione sociale creata dallo sfruttamento.

La spiegazione fornita da Barrett e McIntosh dello sfruttamento economico delle donne è che una divisione sessuale del lavoro fondata sulla fisiologia viene sfruttata dal capitalismo. Questo argomento utilizza due quadri concettuali contraddittori: uno naturalista, l’altro sociale. La ragione di questo stupefacente matrimonio può essere individuata soltanto nelle sue implicazioni. Se il capitalismo, cioè la società, riprende la fiaccola della natura, è per esentare gli uomini, per esonerarli da ogni interesse nello sfruttamento economico delle donne. Poiché una simile preoccupazione è l’unica ragione che si possa trovare per un’impostazione così eclettica, è facile comprendere la collera suscitata in Barrett e McIntosh dallo studio dei rapporti di produzione all’interno della famiglia, nella misura in cui uno studio di questo tipo non può mancare di mostrare che gli interessi degli uomini e delle donne non sono soltanto dissimili, ma divergenti.

LA NATURA IDEOLOGICA DELL’OPPRESSIONE DELLE DONNE

La seconda linea argomentativa di Barrett e McIntosh non si occupa del campo dell’analisi economica, ma tenta di screditare la legittimità stessa di una simile preoccupazione. Questo rifiuto si traveste da riabilitazione dello studio dell’ideologia, una riabilitazione che non è affatto necessaria, dal momento che nessuno — e io per ultima — ha mai messo in dubbio l’importanza di tale studio. Tuttavia, è così che leggono il mio lavoro:

«Rifiutando di accordare un posto qualsiasi all’ideologia, Delphy…»; «Delphy include nella categoria di idealismo ogni analisi che considera l’ideologia pertinente all’oppressione delle donne»; «l’analisi di Delphy, mettendo l’accento sugli aspetti economici dell’oppressione delle donne, non riesce a dare conto della costruzione ideologica e politica della categoria delle donne»; «l’analisi di Delphy […] rifiuta sistematicamente di prendere in considerazione l’ideologico»; «l’analisi di Delphy […] con il suo rifiuto delle dimensioni ideologiche della nostra oppressione…».

Prese alla lettera, simili accuse sono stupefacenti. Certamente non ho mai detto, scritto o anche solo lasciato intendere che lo studio dell’ideologia non sia importante, che il ruolo dell’ideologia sia irrisorio, ancor meno che l’ideologia non esista affatto. Inoltre, non mi sono accontentata di evocarne l’esistenza, l’ho effettivamente studiata. Ma probabilmente è il modo in cui la studio, anziché la mia supposta indifferenza, a non piacere alle mie critiche, benché non sia chiaro che cosa procura loro tanto dispiacere nella mia impostazione. Esse definiscono «meccanicista e screditata» la mia comprensione dell’ideologia, ma questo non le dispensa dal dimostrare che effettivamente lo è, tanto più che ho cercato di fare proprio ciò che chiedono: produrre un’analisi «che leghi l’ideologico all’economico».

Le stesse Barrett e McIntosh tuttavia, nel loro articolo, sembrano in realtà opporre l’economico e l’ideologico, poiché per loro il semplice fatto di studiare uno di questi livelli della società costituisce di per sé una prova del fatto che si sta negando l’esistenza degli altri livelli, come rivelano nella frase: «l’analisi di Delphy, mettendo l’accento sugli aspetti economici dell’oppressione delle donne, non riesce a dare conto della costruzione ideologica e politica della categoria delle donne». Esse sembrano sottintendere che l’ideologico può esistere senza l’economico, o l’economico senza l’ideologico e, inoltre, che laddove esiste l’uno l’altro non può esistere, come nella loro formulazione: «una base materiale anziché ideologica» (corsivo mio). O meglio, esse ritengono che il semplice fatto di parlare di economia equivalga a negare qualsiasi esistenza all’ideologia. La logica di questo argomento è che il riconoscimento dell’esistenza dell’ideologia è incompatibile con il riconoscimento dell’esistenza di altri livelli di realtà, e in particolare del livello economico. Stabilire che l’ideologia è importante è una cosa. Ma tutt’altra cosa è affermare che riconoscere l’importanza di altri livelli equivale a negare l’importanza dell’ideologia, dato che tale affermazione equivale a porre un interdetto totale sullo studio di tutto ciò che non è ideologia.

Un simile interdetto contraddice il loro auspicio che «l’ideologico sia legato all’economico», così come la definizione più comunemente diffusa di ideologia. Barrett e McIntosh non propongono alcuna definizione di questa parola, tranne che un riferimento ad Althusser: «un rapporto materiale, vissuto, che ha i propri poteri di determinazione». Non ho alcunché da obiettare a questa definizione, chiamata anche «la materialità dell’ideologia». Ma è chiaro che, in realtà, esse in gran parte identificano l’ideologia con la soggettività — con quella che viene definita psicologia — e a ragione oltretutto, perché è attraverso la sua interiorizzazione da parte degli individui che l’ideologia dispiega appieno la propria efficacia. Si può anche dire che è soltanto a questo livello che l’ideologia si rivela allo stato puro, cioè sotto forma di idee. Ma è anche chiaro che la loro comprensione dell’ideologia/psicologia differisce totalmente dalla mia. Ciò le autorizza a negare la mia?

Il passaggio che mostra l’identificazione da loro effettuata fra ideologia e psicologia e il modo in cui deformano la mia posizione è quello che segue: «Delphy ha ragione a rifiutare questo idealismo, ma non ad attribuirlo a ogni analisi che riconosce un peso al processo ideologico». Che io indulga in questo sarebbe «dimostrato» dalla mia «ostilità settaria e sempre più intensa contro il gruppo Psychanalyse et Politique del Movimento delle donne francese» [27]. In questo modo, esse assimilano l’ideologico allo psicologico, il che non è falso — a condizione che l’ideologia non venga ridotta a questo — ma, oltre a ciò, assimilano totalmente la psicologia a una delle sue interpretazioni: la psicoanalisi. 

Ho criticato questo atteggiamento in «Per un femminismo materialista». Più precisamente, ho detto che i vicoli ciechi in cui sono finiti tutti gli sforzi di riconciliare il marxismo con la psicoanalisi derivavano dal fatto che, benché le loro premesse fossero incompatibili, questi tentativi accettavano:

«la pretesa esorbitante della psicoanalisi di essere non già un sistema di interpretazione della soggettività, ma la soggettività stessa. Mi pare che ciò sia dimostrato dal fatto che non solo per i detentori della psicoanalisi, ma per la grande maggioranza delle persone, il rifiuto della teoria psicoanalitica è sinonimo di disinteresse per il suo oggetto, di indifferenza — e persino di negazione — all’esistenza della soggettività» [28].

Tutti questi indizi suggeriscono che Barrett e McIntosh rientrano nel novero di quanti confondono soggettività e psicoanalisi; ma, a differenza degli altri, loro hanno letto il mio articolo e quindi sanno che non solo non accetto tale equazione, ma che la trovo addirittura scandalosa. Perché allora me l’attribuiscono? Perché assimilano la mia critica della psicoanalisi a una mancanza di interesse per la soggettività mentre, se critico la psicoanalisi, è proprio perché i suoi presupposti idealisti e naturalisti sono un ostacolo allo sviluppo di una psicologia realmente materialista? Perché non discutono questa posizione? Quanto all’importanza dell’ideologia ho sostenuto, andando contro la tendenza dominante per la quale «ciò che accade nella testa non è oggettivo», per la quale «quando accade qualcosa nella testa, non è accaduto niente», che

«Ciò equivale a dire che il “sessismo”, l’espressione ideologica dell’oppressione istituzionale, la parte emersa del patriarcato, costituisce tutta l’oppressione. Significa negare l’esistenza della struttura istituzionale che causa il sessismo. Significa soprattutto negare che la struttura psicologica, che è la cinghia di trasmissione della struttura istituzionale nella produzione di “pregiudizi” e del cosiddetto “sessismo”, è altrettanto concreta, oggettiva ed esteriore all’azione dell’individuo della struttura istituzionale» [29].

È curioso che esse pretendano di oppormi la materialità dell’ideologia, quando si tratta di uno dei temi principali di «I nostri amici e noi». Ma forse è perché la materialità dell’ideologia, ai miei occhi, non significa la sua solitudine. Io non la separo da altri fattori materiali come fanno loro, per esempio, sollecitando «una spiegazione della costruzione dell’identità di genere», come se un’analisi di questo tipo potesse offrire la chiave della divisione sessuale e dell’oppressione delle donne. Per me lo studio del modo in cui l’identità di genere è acquisita non può sostituire lo studio della costruzione sociale della divisione sessuale, benché sia essenziale alla comprensione del funzionamento di questa divisione sessuale. Ma l’acquisizione dell’identità di genere non può, in tutta evidenza, spiegare l’esistenza stessa di questi generi, dato che essi devono pur esistere prima di essere acquisiti.

Evidentemente, per Barrett e McIntosh è più facile deformare il mio lavoro — al punto di falsificarlo — che impegnarsi a discutere su questo terreno. Esse negano che io abbia difeso prima di loro la materialità dell’ideologia, perché per loro è estremamente spiacevole constatare che, per me, questa non pregiudica l’analisi in termini istituzionali ed economici, ma le è complementare; mentre, per loro, l’accento sull’ideologia va di pari passo con l’accettazione della confusione idealista corrente fra i processi di socializzazione e la struttura sociale; per Barrett e McIntosh, definire «materiali» questi processi serve ad assegnare loro una posizione determinante, unica, a conferire loro uno statuto di «base materiale», per rimuovere le altre basi materiali.

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“Il patriarcato è il sistema sociopolitico che organizza l’oppressione delle donne”

Sostenere che l’ideologia esercita un’azione sul reale è una cosa, ma il fatto che l’ideologia sia materiale (cioè che possa essere la causa di alcuni effetti) non implica che possa essere la causa ultima, perché ciò comporterebbe a propria volta fare dell’ideologia la causa di se stessa. Accettarlo equivale a ricadere in una teoria che intende la cultura come totalmente arbitraria, teoria che è soltanto una delle espressioni dell’idealismo. L’idealismo è la teoria — di fatto poco teorizzata, proprio perché è l’ideologia dominante — secondo cui la struttura sociale è prodotta da idee, che a propria volta non sono prodotte da niente. Si ritrovano questi due elementi in Barrett e McIntosh: l’idea che l’ideologia sia il fattore determinante e l’idea che essa sia una cosa a parte, una cosa in sé. Ora, a questo punto non si può più parlare di ideologia, ma di idee. «L’ideologia», sebbene costituita da «idee», non è un concetto identico a quello di «idee». Il concetto di «ideologia» significa precisamente che le idee sono il prodotto della struttura sociale, cosa che il concetto di «idee» evidentemente non dice. L’idea dell’esistenza di una base materiale e del suo ruolo determinante è inerente al concetto di ideologia.

È facile dimostrare, e sembra ancora necessario farlo, che un’impostazione idealista non è sostenibile. Se abbiamo, al tempo stesso, uno sfruttamento materiale e un’ideologia svalorizzante applicata agli sfruttati, la relazione tra le due cose può andare soltanto in un senso. Mentre l’esistenza di un’ideologia sessista, razzista o classista non si spiega senza lo sfruttamento, l’esistenza dello sfruttamento esige la costituzione di una popolazione sfruttata, il che a propria volta conduce alla creazione di un’ideologia sessista, razzista o classista. Sicché, quando si trovano riuniti sia uno sfruttamento materiale, sia un’ideologia svalorizzante applicata allo stesso gruppo, il primato logico del primo è la conclusione inevitabile.

Barrett e McIntosh non contesterebbero questa conclusione per quanto riguarda il capitalismo o la società in generale. La logica reale sottesa alla loro difesa dell’ideologia non è data dal dubbio sul carattere primario e determinante del materiale, ma al contrario dal fatto che vi credono al punto da voler riservare questa posizione privilegiata al capitalismo. Questo obiettivo spiega la loro giustapposizione, a prima vista tanto bizzarra, di un’argomentazione economica sul lavoro domestico e un’argomentazione fondata sul rifiuto di ogni approccio economico.

IL MIGLIOR MEZZO DI DIFESA DEGLI UOMINI

È davvero interessante osservare il percorso che la sinistra (dal momento che è della sinistra in generale che si tratta, e non solo delle «femministe-marxiste») ha seguito sulla questione dell’oppressione delle donne. Per molto tempo essa ha negato legittimità alla lotta delle donne in nome della preminenza suprema e assoluta dell’economico sul sovrastrutturale, essendo inteso che l’oppressione delle donne apparteneva a quest’ultima sfera e in nessun modo alla prima, proprietà privata della «classe operaia». Sembra che essa abbia cambiato radicalmente il proprio campo di battaglia dal momento in cui le donne hanno invaso l’economia, non solo nel senso leninista tradizionale, diventando sempre più numerose nel settore salariato, o mettendo l’accento sul proprio super-sfruttamento come lavoratrici, ma soprattutto rifiutando di continuare ad accettare l’idea che alcuni lavori e alcune produzioni — per una strana coincidenza i loro — non siano né lavoro né produzione. Esse hanno ridefinito l’economico in modo da farvi rientrare il loro sfruttamento. Dicono, tutto d’un fiato, che lavorano e che il loro lavoro è sfruttato. La «scoperta» del lavoro domestico non può essere dissociata dalla denuncia della sua gratuità. Quest’ultimo non poteva essere scoperto prima come lavoro e poi come lavoro gratuito, occorreva considerarlo nel suo complesso come lavoro e come lavoro non pagato, cioè come sfruttamento.

Il movimento delle donne ha costretto il mondo politico e il mondo intellettuale a riconoscere che il lavoro domestico è lavoro, e lavoro sfruttato. La sinistra non può più circoscrivere l’oppressione delle donne al sovrastrutturale, alle «mentalità retrograde». Non appena il pericolo divenne inevitabile, la sinistra decise di invadere la discussione sul lavoro domestico con un ultimo sforzo per salvarla dal femminismo. Non potendo più dire che il lavoro domestico era «sovra-strutturale o inesistente», cercò di «dimostrare» che esso avvantaggia il capitalismo. Il tentativo fallì. Avendo annoiato tutte fino allo sfinimento, senza riuscire a convincere nessuna, la sinistra ha abbandonato il dibattito, e le sue aderenti più oneste, come Jean Gardiner durante un seminario tenuto all’università di Bradford (1979), ora hanno ammesso che le loro tesi non portavano a niente e che questa è la ragione per cui hanno dovuto abbandonarle del tutto. Ciononostante, Barrett e McIntosh tentano senza convinzione di spingere su questo argomento — insieme al suo opposto «abbasso l’economia» —, probabilmente pensando «perché non tentare, non abbiamo niente da perdere». Se la linea «l’ideologia-è-una-forza-materiale» non funziona, forse la linea «il lavoro-domestico-è-una-economia-per-il-capitale» ne attirerà qualcuna?

È da questo punto di vista che si può comprendere la fioritura di accuse di «economicismo». In effetti, da dove vengono? Dai partiti e dai gruppi della sinistra. Quello di economicismo è un concetto molto preciso nell’analisi del capitalismo. Originariamente, tale accusa fu rivolta contro la rigidità dell’ortodossia leninista — contro una concezione del primato dell’economia spinta fino al punto di ignorare tutti gli altri fattori. Tuttavia oggi la sinistra conserva soltanto la connotazione peggiorativa dell’accusa e la trasferisce sul terreno femminista. Ma, così facendo, essa è riuscita a cambiare il senso della parola e ora la utilizza per denotare qualsiasi riferimento all’economia. Tuttavia, queste due parole non sono affatto identiche e intercambiabili: l’economicismo sta all’economia come il biologismo sta alla biologia, lo psicologismo alla psicologia, etc. È una riduzione. Rifiutare il riduzionismo, che si tratti del biologismo, dello psicologismo o di qualsiasi altro, non implica né richiede in alcun modo la negazione della biologia, della psicologia o dell’economia. E tuttavia la sinistra oggi grida all’«economismo» ogni volta che vede la parola «economico». Da dove proviene questo cambiamento, se di cambiamento si tratta?

In realtà, non è altro che un modo nuovo di perseguire obiettivi antichi, dato che la sinistra utilizza tale accusa soltanto contro il femminismo. Assistiamo in questo momento a un tentativo deliberato di impedire lo studio e persino la menzione della condizione economica delle donne, che non proviene soltanto da Feminist Review, ma anche da Red Rag (Diana Adlam) e da M/F (dove l’uomo femminista Mark Cousins arriva a sostenere che la parola «economia» non può essere utilizzata in relazione alla parola «donne»). Tacciando di economicismo ogni analisi che prenda in considerazione l’aspetto economico, essi cercano di invalidare questa impostazione e di negare addirittura che esista un aspetto economico nell’oppressione delle donne. Con il pretesto di riabilitare altri fattori che non hanno affatto bisogno di riabilitazione, si sbarazzano dell’economico. Perché l’economico non è semplicemente una cosa che possa essere indifferentemente spiegata da un’impostazione economica e da un’impostazione non economica, e rimanere la stessa.

Un semplice esempio è sufficiente a dimostrarlo. Esaminare il ruolo delle donne da un punto di vista economico significa vedere il lavoro domestico come un lavoro e, reciprocamente, vedere il lavoro domestico come un lavoro significa assumere una prospettiva economica. Quando viene esaminato da un altro punto di vista, per esempio dal punto di vista della teoria dei ruoli, il lavoro domestico non è più un lavoro, e non lo era prima del movimento delle donne: è un hobby, una creazione, una prova d’amore, un tratto del carattere, in breve qualsiasi cosa, tranne che lavoro.

Il problema è che non è possibile rifiutare l’impostazione economica e, al tempo stesso, conservare il fatto economico, dal momento che non esistono cose come i fatti in se stessi. Noi lo sappiamo bene perché lo stesso evento — una donna che lava i piatti — non è lo stesso fatto per quella donna e per suo marito, né per una donna femminista e per una donna non femminista. Ed è perché non ci sono «fatti», ma soltanto costruzioni mentali (interpretazioni), che l’ideologia non esiste in quanto ideologia. Barrett e MacIntosh non definiscono mai l’ideologia, e il risultato è che il concetto di cui tanto parlano resta sempre astratto. Per quanto ciò sia comprensibile, non è meno deplorevole, nella misura in cui ne parlano come di qualcosa che esiste, che sarebbe là e che si tratterebbe soltanto di afferrare per smontarla e combatterla.

Ma ciò è falso: l’ideologia non esiste prima della battaglia. Ciò che esiste sono delle idee. L’ideologia, in tutta evidenza, non si presenta come ideologia, appare come il riflesso esatto, come l’unico riflesso possibile del mondo; come il mondo stesso, in breve, al pari di tutte le rappresentazioni. L’ideologia non è che la somma delle rappresentazioni che denunciamo come false, non esiste prima di questa denuncia. E la denuncia stessa deve essere fondata su un’altra rappresentazione, un’altra interpretazione del mondo. Per costruirla, dobbiamo effettivamente studiare la realtà. Ecco perché è doppiamente assurdo opporre lo studio delle cose e lo studio dell’ideologia. Non solo le due vanno di pari passo, ma è lo studio della realtà che, in un certo senso, inventa l’ideologia su cui poi lavoreremo: in modo da fare apparire questa interpretazione ammessa dei fatti come ideologica. Oggi è facile dire che l’opinione secondo cui le casalinghe «non fanno niente» è «ideologica», ma chi lo sapeva dieci anni fa? Senza quelle che hanno mostrato che il lavoro domestico è un lavoro, dove sarebbero quelli che oggi parlano dell’«ideologia del lavoro domestico»?

La sinistra non si sogna nemmeno di invalidare la prospettiva economica per quanto riguarda le classi sociali «classiche». Ciò le costerebbe caro, perché è precisamente questa prospettiva a costituire le classi in quanto classi. Le classi sono tali soltanto per i/le rivoluzionari/e: per quelli/e che pensano che alcune ne sfruttino altre. Nemmeno per il capitalista, agli occhi del quale lo sfruttamento non esiste, le classi in senso marxista esistono.

No, ciò che disturba la sinistra è quando le donne applicano alla propria situazione un’analisi materialista; quando rifiutano l’ideologia in base alla quale esse sono naturalmente inferiori, o vittime di una cultura a cui accade di essere, disgraziatamente ma misteriosamente (cioè senza benefici materiali per alcuno), sessista. Ma le donne ora dicono: «Nessun mistero: siamo oppresse perché siamo sfruttate. Ciò che subiamo rende la vita più facile agli altri». E la sinistra ha paura che le donne si mettano a definire “gatto” un gatto, economica l’economia e sfruttamento le loro sofferenze. La strategia resta sempre la stessa: le donne e la loro oppressione sono rinviate al sovrastrutturale e all’«ideologia» patriarcale, mentre i proletari restano gli unici occupanti del campo economico. La sinistra ora dice che l’economia non è più — «bah, stupidaggini!» — l’istanza determinante e tuttavia, al tempo stesso, si oppone ferocemente a che le donne vi entrino (vi entrino teoricamente, perché concretamente ci sono sempre state). L’economia rimane l’istanza della lotta di classe, e la lotta di classe per la sinistra rimane la lotta. Rinviare le donne alle sovrastrutture significa dunque sempre la stessa cosa: che la lotta delle donne è secondaria.

Ma c’è una contraddizione in questa impostazione, perché se la sinistra afferma che le donne sono oppresse in ultima istanza dal capitale, perché l’idea che le donne sono oppresse è così minacciosa? Se le donne in quanto casalinghe sono sfruttate dal Capitale (e alcuni marxisti dicono proprio questo), tanto meglio. In quanto casalinghe, le donne hanno lo stesso interesse dei proletari al rovesciamento del Capitale. Yuppi! Ancora una massa rivoluzionaria da mobilitare. Perché allora la sinistra ha tanta paura che le donne esplorino il loro sfruttamento economico? Perché la sinistra fa tutto ciò che è in suo potere per fare apparire l’oppressione delle donne come limitata al sovrastrutturale, ai «fattori ideologici»?

Come si può comprendere, in Barrett e McIntosh, la logica del passaggio da una linea argomentativa all’altra? La contraddizione fra l’analisi del lavoro domestico come beneficio per i padroni e la negazione dell’importanza di questo stesso sfruttamento economico?

Il fatto è che, in entrambi i casi, l’oppressione delle donne è collegata al capitalismo. La contraddizione fra gli argomenti non è motivo di imbarazzo: raggiunge lo stesso obiettivo. E questo obiettivo spiega l’oscillazione permanente della sinistra fra tesi differenti sullo sfruttamento domestico: essa è sempre tentata di negarlo, dato che riconoscerlo la mette di fronte a un ostacolo difficile, quello di spiegare come tale sfruttamento riguardi solo il Capitale e non avvantaggi in nessun modo i suoi beneficiari immediati (che non sarebbero altro che «beneficiari apparenti»). Si è visto che il tentativo di superare un simile ostacolo — il dibattito sul lavoro domestico — è naufragato, vittima delle «apparenze». Questo naufragio spiega il ritorno alla tesi ideologica, questa volta indebolita sotto forma di una teoria poco marxista — ma che importa, le altre non lo erano di più — che instaura la totale autonomia dell’ideologia.

Ora, per trattare l’ideologia come totalmente autonoma a fronte di uno sfruttamento materiale bisogna o negare del tutto questo livello materiale, o adottare un approccio idealista, ed è esattamente ciò che succede. Perché se l’oppressione delle donne è causata dal capitalismo, è attraverso l’ideologia «sessista» che questo secerne (perché?) e lo sfruttamento economico si spiega pertanto con l’ideologia.

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Questa è una posizione difficile da sostenere per dei «marxisti». Ecco perché essi provano sempre — come Barrett e McIntosh — a minimizzare lo sfruttamento economico, per non rendere troppo visibile l’idealismo inevitabile della loro posizione. Tuttavia, oggi non è meno difficile negare l’esistenza dello sfruttamento economico delle donne; il lavoro domestico non si appresta a sparire dall’orizzonte teorico. Così la sinistra si ritrova nell’imbarazzante situazione di presentare, a proposito delle donne, e di queste soltanto evidentemente, dato che ciò è contrario ai principi che la costituiscono, un’analisi idealista. Ciò rende la sua posizione politica scissa fino al punto di essere schizofrenica: materialista «in generale», cioè per quanto riguarda lo sfruttamento capitalistico, essa si ritrova su posizioni intellettuali di destra per quanto riguarda lo sfruttamento patriarcale. Com’è possibile? Come si spiega?

A mio parere con una ragione molto semplice: se la sinistra rifiuta un’analisi materialista è perché questa rischia di sfociare nella conclusione che sono gli uomini a beneficiare dello sfruttamento patriarcale, e non il capitale. E d’altronde quale miglior conferma di questo della loro resistenza — teoricamente così inspiegabile — all’analisi materialista, l’insistenza ad abbandonare quella che si suppone essere la loro stessa teoria, per quanto riguarda le donne? Non è forse la dimostrazione del fatto che sanno che cosa c’è al termine di un’analisi materialista? E che è per questa ragione che da dieci anni alzano uno sbarramento davanti alla questione?

«La prima domanda che una femminista deve porre al marxismo, e dovremmo rifiutare di discutere qualsiasi altro punto prima di avere ottenuto una risposta adeguata, è questa: quali sono i rapporti delle donne con i mezzi di produzione?» [30].

Esentare gli uomini da ogni responsabilità nell’oppressione delle donne è il messaggio reale, benché nascosto, dell’articolo di Barrett e McIntosh; e l’unica ragione della collera che le spinge a consacrare un intero articolo alla demolizione del mio lavoro è che quest’ultimo afferma che gli uomini sono la classe che opprime e sfrutta le donne. Ora, mentre il rifiuto di accettare questa tesi è comprensibile da parte degli uomini, dunque della sinistra che — al pari delle altre formazioni politiche e di tutte le istituzioni della nostra società — è dominata dagli uomini, questo stesso rifiuto necessita di una spiegazione quando proviene dalle donne.

Per molto tempo la corrente femminista socialista ha rappresentato, all’interno del movimento, l’espressione di questa tendenza — che non le è peculiare — a proteggere i nostri nemici. Le cose, tuttavia, non stanno più così. In Francia, donne del Partito comunista affermano:

«L’esistenza del patriarcato come potere degli uomini sulle donne […] potere strutturato ideologicamente ed economicamente [che] determina un’oppressione [che ha] il fine di conservare l’appropriazione delle donne da parte degli uomini. Esso si fonda su uno sfruttamento economico basato sul lavoro domestico gratuito delle donne» [31].

In Inghilterra, negli Stati Uniti, ovunque, sono numerose le femministe socialiste che rifiutano di accettare ancora l’idea grottesca secondo cui «il patriarcato è l’espressione ideologica dello sfruttamento dei lavoratori». Sempre più femministe sono convinte dell’evidenza che l’ideologia patriarcale è dovuta allo sfruttamento patriarcale e che esistono (almeno) due sistemi di oppressione, ciascuno con la propria base materiale.

Perché dovrebbe essere altrimenti? Perché è stato altrimenti? La linea presentata da Barrett e McIntosh come «marxist-feminist» non è marxista, né femminista e, se azzoppa la lotta antipatriarcale, non per questo è utile alla lotta anticapitalista. Il rifiuto di accusare gli uomini, tuttavia, non è peculiare della tendenza femminista socialista. Tale rifiuto assume, all’interno del Movimento, altre forme (all’esterno assume la forma evidente del rifiuto del movimento). Nella tendenza femminista socialista esso ha semplicemente trovato un’espressione più elaborata e dunque più soddisfacente, nella misura in cui non si accontenta della negatività o, piuttosto, la maschera presentando un nemico di ricambio: il capitalismo.

Ma questo rifiuto si esprime anche in altre correnti, come quella della neo-femminilità: infatti, fondare il dominio esercitato dagli uomini sulla loro fisiologia ha come implicazione politica — dato che questa fisiologia è per definizione immodificabile — il rifiuto, o piuttosto l’impossibilità, l’inutilità del conflitto con la classe degli uomini. Possiamo fermarci qui: il rifiuto del conflitto con il gruppo oppressore, la ricerca di uscite d’emergenza di fronte a un faccia a faccia il cui esito è incerto e che comporta, qui e ora, costi e sacrifici enormi — tanto collettivi, quanto individuali — sono abbastanza comprensibili da non necessitare ulteriori spiegazioni.

Tuttavia, sarebbe un peccato fermarsi qui. Ho già analizzato ne «I nostri amici e noi» in che modo la spiegazione dell’oppressione delle donne mediante un’ideologia di origine capitalista, al di là delle sue incoerenze manifeste, implichi una doppia mediazione dell’oppressione delle donne attraverso quella degli uomini e riveli così, da parte delle donne, un sentimento di indegnità: sentendosi indegne di essere prese direttamente di mira dall’oppressione, dicono che attraverso di loro sono — è necessario che lo siano — presi di mira gli uomini; le donne sono indegne persino di essere oppresse. Ma c’è di più di questo nelle teorie che trattano l’oppressione delle donne come la conseguenza secondaria di antagonismi fra uomini.

C’è l’incapacità di concepire antagonismi sociali diversi da quelli che esistono fra uomini; c’è l’incapacità, corollario della prima ma ad essa non analoga, di concepire le donne, in quanto gruppo, come protagoniste — dunque in un certo senso uguali ai loro avversari — di un conflitto, cioè l’incapacità di concepire le donne come esseri sociali: in ultima analisi, come esseri umani veri e propri. Il rifiuto di considerare gli uomini come la classe antagonista rinvia, infine, a queste «impensabilità». Scavando un po’, ci si rende conto che queste ultime, a propria volta, rinviano a blocchi di rappresentazioni confuse che ruotano tutte intorno alla credenza nella necessità di relazioni intime e permanenti in ogni momento fra la maggior parte delle femmine e la maggior parte dei maschi, cosa che rende un conflitto strutturale «disfunzionale», dunque impensabile. Ma, si dirà, qui si tratta della realtà, non di una credenza. Ma questa «realtà», o questa «credenza», la credenza che questa sia la realtà, non solo è ideologia, ma è il cuore stesso dell’ideologia, cioè della rappresentazione del mondo che sostiene il sistema patriarcale [32]. Anche lì evidentemente, soprattutto lì, l’ideologia non si presenta come ideologia, ma come rappresentazione ragionevole della realtà, come la realtà stessa.

Lo studio della cosmogonia — della rappresentazione del mondo che include molto di più della rappresentazione dei rapporti quotidiani fra i sessi — che informa sia l’ideologia patriarcale, sia il rifiuto di considerare l’antagonismo fra i sessi come una creazione sociale — sarebbe appassionante. Certamente si tratta dell’ideologia dominante, ma proprio per questa ragione, è ancora da scoprire: poiché non è mai stata contestata, poiché è sempre stata, e resta, anche fra i nostri ranghi, nell’ordine dell’evidenza, come tutte le evidenze si è sempre esentata dal dirsi, dall’esplicitarsi, dal giustificarsi.

Ma questo, da una parte, sarebbe un altro articolo; dall’altra parte, poiché la lotta contro l’ideologia che ci opprime tutte è, o in ogni caso dovrebbe essere, una lotta solidale, invece di imputare delle risposte a Barrett e McIntosh, preferisco aprire il dibattito e porre loro la domanda: ora che abbiamo passato in rassegna i pretesti marxisti a cui ricorrono — in buona fede, non ne dubito —, qual è la rappresentazione del mondo (in particolare dei rapporti tra l’esistenza dei sessi, quella dei generi, quella della società e quella specie) che informa il loro rifiuto di considerare la classe degli uomini come l’oppressore?

NOTE

L’articolo è originariamente apparso in inglese, nella traduzione di Diana Leonard, con il titolo A Materialist Feminism Is Possible, in «Feminist Review», 4, 1980, pp. 79-105. La versione francese, Un féminisme matérialiste est possible, è stata pubblicata su «Nouvelles Questions féministes», 4, agosto 1982, pp. 50-86 ed è ora inclusa in C. Delphy, L’ennemi principal 2. Penser le genre, Éditions Syllepse, Paris 2001, pp. 121-164. Per alcune delle informazioni inserite in nota, e cassate nella traduzione francese, ho tenuto conto della versione inglese (D. A.) .

***

[1] M. Barrett, M. MacIntosh, Christine Delphy: Towards a Materialist Feminism?, «Feminist Review», 1, 1979, pp. 95-106 [N.d.T].

[2] Cfr. C. Delphy, Nos amis et nous. Les fondements cachés de quelques discours pseudo-féministes, «Quéstions féministes», 1, 1977, pp. 20-49, ora in Ead., L’ennemi principal 1. Économie politique du patriarcat, Éditions Syllepse, Paris 1997, pp. 151-193. Il brano citato si trova alle pp. 174-175. Trad. it. I nostri amici e noi. Fondamenti nascosti di alcuni discorsi pseudo-femministi [N.d.T].

[3] «Il nemico principale» è stato tradotto in inglese nel 1974 e distribuito in forma ciclostilata alla Conferenza Nazionale del Movimento delle Donne che si è tenuta quell’anno a Edinburgo. Dopo essere stato rifiutato dalla «New Left Review» con l’argomento che «si erano già occupati del dibattito sul lavoro domestico», nel 1977 il Women’s Resources and Research Center lo ha pubblicato in una raccolta insieme ad altri due articoli (cfr. infra) con il titolo The Main Enemy.

[4] Cfr. J. Gardiner, Political Economy of Domestic Labour in Capitalist Society, in D. Barker Leonard, S. Allen (eds.), Dependence and Exploitation in Work and Marriage, Papers from the 1974 British Sociological Association Conference, Longman, London 1976 [N.d.T.].

[5] Cfr. C. Delphy, D. Léger, Capitalisme, patriarcat et lutte des femmes, «Premier mai», 2, giugno-luglio 1976, ora in C. Delphy, L’ennemi principal 1., cit., pp. 229-241 [N.d.T.].

[6] «Instant politics» è formata sul modello di «instant coffee», caffè solubile, o di «instant soup», zuppa istantanea, che connota l’idea di «già pronto», «non bisognoso di cottura» e, applicata a una linea politica, è un’immagine estremamente peggiorativa.

[7] In «Variazioni su temi comuni», editoriale del primo numero di «Questions féministes», novembre 1977, pp. 3-19.

[8] Cfr. C. Delphy, L’ennemi principal (1970), ora in Ead., L’ennemi principal 1., cit., pp. 31-52 (trad. it. Il nemico principale, in Manifesti femministi. Il femminismo radicale attraverso i suoi scritti programmatici (1964-1977), VandA-Morellini, Milano 2018, pp. 252-277); Ead., Mariage et divorce (1974) e Les femmes dans les études de stratification (1977), entrambi in Ead., L’ennemi principal 1., cit., pp. 121- 135 e pp. 137-149 [N.d.T.].

[9] C. Delphy, La fonction de consommation et la famille, «Cahiers Internationaux de Sociologie», 58, gennaio-giugno 1975, pp. 23-41, riproposto con il titolo Famille et consommation in Ead., L’ennemi principal 1., cit., pp. 69-89 [N.d.T.].

[10] C. Delphy, Pour un féminisme matérialiste (1975), in Ead., L’ennemi principal 1., cit., pp. 243-253 [N.d.T.].

[11] Ivi, p. 249 [N.d.T.].

[12] Ibidem [N.d.T.].

[13] «Indentured servants»: letteralmente «domestici a contratto a lungo termine», si applica a persone di origine inglese che, nei secoli XVII e XVIII, si impegnavano a lavorare gratuitamente per dieci o venti anni per grandi coloni inglesi in cambio delle sole spese di trasporto nelle Americhe e diventavano, in questo modo, veri e propri schiavi «volontari».

[14] C. Delphy, Pour un féminisme matérialiste, cit, p. 245 [N.d.T.].

[15] Ibidem [N.d.T.].

[16] Ivi, p. 248 [N.d.T.]

[17] «Domestic labour debate»: un vero e proprio dibattito sul lavoro domestico va avanti, a partire dal 1974, nel mondo anglosassone attraverso le riviste.

[18] Per la critica a Annie Leclerc, cfr. C. Delphy, Protoféminisme et antiféminisme (1976), in Ead., L’ennemi principal 1., cit., pp. 195-228 [N.d.T.].

[19] M. Plaza, Pouvoir «phallomorfique» et psychologie de «la Femme», «Questions Féministes», 1, 1977, p. 90 [N.d.T.].

[20] Cfr. S. Himmelweit, S. Mohun, Domestic Labour and Capital, «Cambridge Journal of Economics», 1, 1, 1977, pp. 15-31 [N.d.T.].

[21] C. Delphy, Mariage et divorce, cit. [N.d.T.].

[22] Cfr. V. Beechey, Some Notes on Female Wage Labour in Capitalist Production, «Capital & Class», 3, 1977, pp. 45-66.

[23] F. Edholm, D. Harris, K. Young, Conceptualising Women, «Critique of Anthropology», 9/10, 1977.

[24] J. Buira, Introduction: Female Solidarity and the Sexual Division of Labour, in P. Caplan, J. Buira (eds.), Women United: Women Divided, Tavistock, London 1978.

[25] Là dove scrivo «allevamento dei figli», loro traducono «costi di riproduzione». Errore rivelatore.

[26] C. Delphy, Mariage et divorce, cit., p. 133.

[27] Dall’articolo di Barrett e MacIntosh emergeva chiaramente che le autrici non sapevano nulla del gruppo «Psychanalise et Politique», delle sue posizioni, né dei suoi contrasti con il resto del Movimento francese. Esse confondono la mia opposizione a questo gruppo con la mia critica della psicoanalisi: è la ragione per cui, nel corpo dell’articolo, rispondo sulla critica della psicoanalisi. In una nota, tuttavia, segnalavo che la mia opposizione a questo gruppo non ha nulla a che vedere con una critica teorica della psicoanalisi più in generale, ma era motivata da ragioni più immediate di cui facevo l’elenco. Non la riprendo qui perché queste ragioni, condivise dall’insieme del Movimento francese, sono note. È interessante osservare che, venendo a sapere da quella nota dei misfatti di Psy. et Po., la redazione di Feminist Review, invece di condividere l’informazione con le lettrici, ne abbia tratto soltanto una lezione: il rischio di una querela, dopodiché ha soppresso la mia nota!

[28] C. Delphy, Pour un féminisme matérialiste, cit., p. 250.

[29] C. Delphy, Nos amis et nous, cit., p. 166.

[30] J. Silveira, The Housewife and Marxist Class Analysis, 1975, autoproduzione, Wild Goose Pattern, 317 43rd Street, Seattle.

[31] Elles voient rouge, maggio 1979.

[32] Penso che questo sarà il prossimo grande dibattito del movimento e che scopriremo che le ultime barriere ideologiche che ostacolano il nostro cammino, e che dunque costituiscono la roccaforte dell’ideologia patriarcale, sono anche i fondamenti dell’ideologia eterosessuale. Questo dibattito sarà dunque di primaria importanza, dal momento che può significare, al tempo stesso, la rottura dell’ultima barriera ideologica e la fuoriuscita dal tunnel sulla questione dei rapporti fra lesbismo e femminismo. [Questa nota è stata scritta nel 1979. Come si vede, peccavo di ottimismo: il dibattito ha certamente avuto luogo, ma ha assunto una forma tale che ogni discussione di tali questioni è stata impedita per più di dieci anni. In effetti, la messa in questione dell’eterosessualità come sistema ebbe luogo nel 1980 da parte delle lesbiche separatiste, sotto forma di colpevolizzazione delle donne eterosessuali. Da allora ogni discussione dell’eterosessualità è stata assimilata a quell’aggressione e dunque resa impossibile fino all’inizio degli anni Ottanta].