“Chiedi a Jane”: l’autogestione dell’aborto negli Stati Uniti (1969-1973) raccontata da una protagonista

Prima della sentenza Roe v. Wade che legalizzò l’aborto, un gruppo autogestito di donne chiamato “Jane” era attivo a Chicago. Judith Arcana, oggi una scrittrice che vive a Portland, faceva parte di quella rete clandestina

[Traduzione di Meet Judith Arcana, a Pioneer of ’70s-Era Underground Abortion Work, Monthly Portland, maggio 2018]

 

Jane coverNell’estate del 1970, il ciclo di Judith Arcana era in ritardo di tre settimane. La prospettiva di una gravidanza non le piaceva: pochi mesi prima la ventisettenne di Chicago aveva perso il lavoro come insegnante di scuola superiore e si era da poco separata dal marito. Così, chiamò uno studente di medicina che conosceva.

“Non dimenticherò mai quelle parole”, racconta Arcana. “Mi disse, ‘Guarda, qui tutte dicono di chiamare questo numero e chiedere di Jane’”.

Il numero non la mise in contatto con una donna ma con un gruppo clandestino, “Jane”, che praticò migliaia di aborti dal 1969 al 1973, quando la procedura era ancora illegale nella maggior parte del paese. In parte gruppo clandestino, in parte clinica itinerante, “Jane” si basava sull’attivismo di decine di volontarie.

“Dopo il ritardo più lungo della storia umana”, Arcana scoprì di non essere incinta. Ma dopo avere passato diverse ore al telefono con una volontaria di “Jane”, decise di partecipare a un loro incontro di orientamento che si teneva a pochi isolati da casa sua.

“Mi sembrarono così in gamba”, racconta Arcana, che oggi ha 75 anni e da più di venti vive a Portland, Oregon. “Erano molto serie, sagge e intelligenti”. Arcana, che era cresciuta nell’ambiente della borghesia ebrea nella regione dei Grandi Laghi, non si era mai immaginata come una radicale. “Mai, in un milione di anni”, dice. “La mia matrigna infatti mi disse, ‘Una volta eri una ragazza tanto normale. Che ti è successo?’”

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Judith Arcana –  www.juditharcana.com

Negli anni Sessanta l’interruzione di gravidanza era un reato in quasi tutti gli stati – in Illinois era concorso in omicidio. L’Oregon legalizzò l’aborto nel 1969. Le donne spesso scendevano negli inferi delle pratiche cripto-mediche: mammane, dottori, pericolosi ciarlatani che operavano nei vicoli di quartieri malfamati. Nel 1969 “Jane” coltivò la speranza che tutto ciò potesse cambiare per le donne.

Erano i tempi delle manifestazioni per i diritti civili, delle proteste pacifiste e del radicalismo studentesco. A Chicago si erano verificati episodi di violenza brutale tra polizia e dimostranti alla Democratic National Convention del 1968. “Quella era l’atmosfera che in un certo senso ha permesso – o addirittura ha fatto sì – che le donne politicizzate capissero che il sistema non le avrebbe mai aiutate”, afferma Arcana. “Dovevamo prendere in mano le nostre vite”.

kidnapping of Ingrid.qxp:Layout 1Ufficialmente chiamato Abortion Counseling Service of Women’s Liberation (Servizio di consulenza sull’aborto del movimento di Liberazione delle Donne), “Jane” inizia come un servizio di collegamento, che metteva in contatto le donne incinte con medici disposti a praticare aborti. Le componenti del gruppo affiggevano volantini nei campus dei college, pubblicavano annunci nei giornali radicali e distribuivano pamphlet nei nascenti gruppi di Liberazione delle donne. “Incinta? Non vuoi esserlo? Chiama Jane”. (Oggi un linguaggio simile a volte pubblicizza Centri di aiuto alla vita, che sono in realtà anti-abortisti travestiti, spesso gestiti da enti di beneficienza conservatori).

Le donne che chiamavano il numero lasciavano un messaggio in una segreteria telefonica – che allora era una tecnologia nuovissima. Le “Jane” fornivano assistenza: spiegavano le fasi della procedura dal punto di vista tecnico, informazioni che non erano facilmente accessibili in un periodo pre-internet. Cosa più significativa, parlavano dell’aborto come di un modo attraverso il quale le donne potevano avere il controllo delle proprie vite.

 Il giorno fissato per l’appuntamento, le donne si presentavano per prima cosa al “Fronte”: di solito un appartamento di proprietà di un’amica di una “Jane”. Le volontarie poi portavano le utenti in un altro luogo, come la stanza di un motel o un altro appartamento, dove un medico induceva un aborto o lo praticava chirurgicamente.

A cose fatte, le “Jane” si informavano con le donne: il medico ti è sembrato negligente? Aveva bevuto? Ti ha molestata? Ha chiesto denaro in più? (Gli aborti andavano dai 500 ai 1000 dollari; il che equivale, nei casi più cari, a più di 6000 dollari di oggi). Il gruppo aveva un fondo per i prestiti, e le componenti, che per la maggior parte erano bianche e laureate, a volte riuscivano a contrattare con i medici per fare abbassare il prezzo). Queste domande, insieme all’assistenza fornita prima dell’aborto, facevano parte della missione politica più ampia del servizio.

“Dietro c’era tutta una filosofia femminista”, nota Johanna Schoen, docente di storia a Rutgers e specializzata in salute e diritti riproduttivi delle donne. “Questa procedura era vista come qualcosa di trasformativo per le donne e insegnava loro che potevano avere il controllo delle proprie vite e dei propri corpi. Questa era la particolarità di ‘Jane’”.

Quando Arcana entrò nel gruppo nell’autunno del 1970, “Jane” organizzava più di una ventina di aborti a settimana, come riporta il libro di Laura Kaplan The Story of Jane che ricostruisce la storia del gruppo.

Nello stesso testo, Arcana descrive il suo lavoro al “Fronte” – dove le donne spesso arrivavano con bambini, altri membri della famiglia o persone amiche al seguito – come quello di “una assistente con una coscienza politica femminista radicale”. Le “Jane” servivano tè e caffè, e latte per i bambini.

“Sembra un po’ melenso, ma il lavoro consisteva nel confortare le persone”, dice Arcana, che parla con entusiasmo e ironia. “Le persone che aspettavano il ritorno della donna a volte chiedevano, ‘Pensi che il suo sarà facile? O difficile?’ Mi ricordo che questa era una domanda ricorrente”.

Poi, all’inizio del 1971, si scoprì che uno dei medici che praticavano gli aborti per “Jane” non era davvero un medico. Alcune “Jane” erano fumanti di rabbia. Per altre, fu un segno: “Ehi, un momento… non capisci cosa significa?”, rievoca Arcana. “Se lui può farlo, possiamo farlo anche noi”.

 Anziché buttarlo fuori, le “Jane” lo ingaggiarono come istruttore. Un gruppetto di componenti del gruppo imparò a praticare “D&C” (dilation & curettage, dilatazione e raschiamento) e a indurre l’aborto spontaneo. Fecero anche altri cambiamenti. I medici spesso insistevano affinché le pazienti fossero bendate per proteggere la propria identità. Le “Jane” eliminarono tutto ciò. Abbassarono il costo a 100 dollari, o quanto una donna poteva permettersi, e smisero di usare stanze di motel, mettendo a disposizione i propri appartamenti. Qualche volta ciò significava chiedere a un marito di portare fuori i bambini e il cane, e sparire per qualche ora. A un certo punto, il servizio prese in affitto un appartamento con due camere da letto. Ogni mattina, alcune “Jane” sterilizzavano gli strumenti, preparavano i letti con lenzuola variopinte prese con gli sconti ai grandi magazzini e li coprivano con una spessa cerata. Nell’eventualità di emorragie, prendevano il ghiaccio dal freezer della cucina e lo mettevano sulla pancia della donna. Non è mai stato riportato alcun caso di decesso tra le donne che si sono affidate alle cure di “Jane”.

 Arcana ricorda di avere indotto e gestito un numero di aborti, tra i quali, nel proprio salotto di casa, quello di una quindicenne. Arcana aveva attaccato della plastica sulla moquette con il nastro adesivo. Dopo, accompagnò in macchina la ragazza a casa, dove abitava con i genitori. La ragazza chiese di essere lasciata a diversi isolati di distanza. “Mi capisci, no?”, disse ad Arcana, che rispose: “Sì. Ti capisco”.

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Mentre le “Jane” facevano fallire il mercato nero degli abortisti a Chicago, le donne in tutto il paese mettevano in questione e riformulavano a modo proprio la pratica medica e l’assistenza sanitaria. Il pamphlet di 193 pagine che costava 75 centesimi, e che sarebbe divenuto il famoso Our Bodies, Ourselves [Noi e il nostro corpo, Feltrinelli 1977] fu pubblicato nel 1970, e i cosiddetti gruppi di “self-help” nacquero un po’ dappertutto per aiutare le donne – munite di speculum, torcia elettrica e specchio – a guardare la propria cervice. (Quando Arcana ebbe un bambino, nel 1971, ricorda di averlo fatto giocare con uno speculum di plastica. “Per lui era una papera”, racconta. “Era un giocattolo, quack quack quack”).

Arcana si prese un periodo di maternità dall’attività con “Jane” all’inizio del 1972. “Abbracciavamo la convinzione che le donne dovessero poter praticare l’aborto quando ne avevano bisogno e avere figli quando li volevano”, ricorda. Il primo giorno in cui era rientrata, un mercoledì all’inizio di maggio, Arcana stava facendo da autista, portando avanti e indietro le donne tra il “Fronte” a Hyde Park e un condominio sulla South Shore. Mentre lei e una cliente uscivano dall’ascensore, si videro davanti gli agenti di polizia. Mostrarono i distintivi: erano della squadra omicidi.

Arcana, arrestata insieme ad altre sei “Jane”, passò la notte in prigione. Nella foto segnaletica ha i capelli raccolti e una felpa da cui spunta il colletto di una camicia. Stava ancora allattando e dovette spremere il latte in un lavandino sporco nella sua cella.

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Foto segnaletica di Judith Arcana, dal Monthly Portland

“Donne arrestate in una clinica clandestina” titolò il Chicago Daily News. “Le Sette dell’aborto” si fecero difendere da Jo-Anne Wolfson, un’avvocata fuoriclasse che si presentò in tribunale con un vestito giallo canarino e bracciali d’argento tintinnanti. Nel frattempo, le “Jane” che non erano state arrestate ripresero silenziosamente il loro lavoro. A settembre il gran giurì incriminò le sette “Jane” con l’accusa di concorso in omicidio e associazione a delinquere al fine di procurare aborti. Una condanna avrebbe significato diversi anni di reclusione.

 Poi, nel gennaio del 1973, la Corte Suprema approvò la sentenza Roe v. Wade [che segnò la legalizzazione dell’aborto in USA, n.d.t.]. Le accuse contro le sette donne furono ritirate e “Jane” si sciolse.

 Arcana ha poi tenuto dei corsi sulla salute delle donne e sugli studi femministi in diversi college di Chicago. Ha conseguito un dottorato in Letteratura, ha insegnato all’Università e ha iniziato a scrivere saggi, racconti e poesie che riguardano anche l’aborto e il lavoro da lei svolto con “Jane”.

 Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, facendo ricerca per i suoi libri, Arcana è andata a visitare alcune cliniche per l’aborto a Portland. “La maggioranza delle donne si vergognava molto”, ricorda. “Ho visto centinaia di aborti, ma non avevo mai fatto esperienza di una cosa simile. Ai tempi di ‘Jane’ le donne erano imbarazzate per avere combinato un guaio. Avevano paura perché era illegale, o perché era una procedura medica, o perché la gente disapprovava il sesso. Ma non c’era alcun atteggiamento che implicasse l’idea di omicidio”.

 In questi giorni, Arcana sta collaborando a diversi film su “Jane”: una produzione indipendente con un piccolissimo budget intitolata Ask for Jane e un progetto ancora da definire con protagonista Elisabeth Moss. Suo figlio – quello che da piccolo giocava con lo speculum – sta producendo un documentario su “Jane”.

 Questo piccolo boom cinematografico, fa notare Arcana, riflette la realtà attuale degli Stati Uniti. Il novanta per cento delle contee americane non ha una clinica per gli aborti. Molti stati prevedono lunghe liste d’attesa o un’ecografia. A marzo il Mississippi ha adottato le più dure restrizioni sull’aborto del paese e le amministrazioni dominate dai Repubblicani in tutti gli Stati Uniti stanno meditando di adottare misure simili. Molte donne fanno ancora affidamento su reti di autofinanziamento per accedere all’aborto. Le procedure sanitarie dell’Oregon sono tra le più avanzate nel campo della salute riproduttiva, ma nello stato confinante, l’Idaho, l’assistenza sanitaria non copre l’aborto e le donne spesso si spostano in Oregon o nello stato di Washington per abortire.

Prima della sentenza Roe v. Wade, afferma Arcana, chi lottava per i diritti riproduttivi poteva addurre un’argomentazione morale. Dopo la legalizzazione, queste argomentazioni sono state in gran parte abbandonate.

 “È stato un terribile errore politico”, sostiene Arcana. “Se hai intenzione di creare una persona, hai la responsabilità di darle una buona vita”. Perché, di fondo, “l’aborto è una decisione sulla maternità”.

 

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Il prezzo del piacere maschile

Difficilmente si può dire che il coito avvenga in un vuoto: anche se appare di per sé un’attività biologica e fisica, esso è tanto profondamente radicato nel più ampio contesto delle relazioni umane da servire da potente microcosmo della varietà di atteggiamenti e valori che la cultura sottoscrive. Tra le altre cose, esso può servire da modello di politica sessuale sul piano individuale o personale.
Kate Millett

[Traduzione di The Female Price of Male PleasureThe Week 25/01/18]

È inquietante quanto il mondo sia a proprio agio rispetto al fatto che le donne a volte vadano via in lacrime dopo un incontro sessuale.
viagra

Sildenafil, ingrediente attivo del Viagra – Wellcome Collection

Quando Babe.net ha pubblicato, sotto pseudonimo, il racconto di una donna e del suo incontro con Aziz Ansari, per lei tanto difficile da ridurla in lacrime, la rete è stata inondata di “opinioni” secondo le quali il movimento #MeToo si sarebbe spinto troppo in là. Si obietta che “Grace”, 23 anni, non era una dipendente di Ansari: non erano in gioco, cioè, dinamiche relative al luogo di lavoro. E che certo, lei ha avanzato varie obiezioni e richieste di “andarci piano”, ma ciò non è coerente col fatto che abbia finito per praticare sesso orale su Ansari. Alla fine – punto cruciale – lei era libera di andarsene.

Ma allora, “perché non è semplicemente andata via non appena si è sentita a disagio?” – hanno chiesto molte persone, esplicitamente o implicitamente.

È una domanda complessa, per la quale vi sono moltissime risposte possibili. Ma se lo chiedete in buona fede, se davvero volete riflettere sul perché una persona possa agire come ha fatto lei, la risposta più importante è questa: l’acculturazione delle donne prevede che stiano a disagio per la maggior parte del tempo. E che ignorino il proprio disagio.

Questa cosa è talmente insita nella nostra società da passare inosservata. Per usare un riferimento a David Foster Wallace, è l’acqua in cui nuotiamo.

***

Il caso di Aziz Asnari ha toccato un nervo scoperto perché, come temevo da tempo, i movimenti come il #MeToo ci vanno bene fintantoché gli uomini coinvolti sono dei mostri assoluti che possiamo facilmente separare dal resto. Una volta che superiamo l’argomentazione delle “poche mele marce” e iniziamo a sospettare che si tratti più di una tendenza generale che di un contrattempo momentaneo, tendiamo a normalizzare, insistendo che è così che sono fatti gli uomini, e così è il sesso.

Questo è quello che ha proposto di fare, in pratica, Andrew Sullivan, nel suo ultimo articolo, decisamente non-scientifico. Il #MeToo è andato troppo oltre, sostiene, poiché si rifiuta di prendere atto delle realtà biologiche della maschilità. Il femminismo, dice, si è rifiutato di dare agli uomini ciò che spetta loro e ha negato il ruolo che la “natura” deve avere in queste discussioni. Care Signore – scrive – se continuate a negare la biologia, vedrete gli uomini mettersi sulla difensiva, reagire e contrastarvi.

Questo è un argomento più che insulso. Non solo Sullivan mostra di avere in mente una confusione sconcertante riguardo alla natura e ai suoi dati di fatto, ma sta dicendo qualcosa di spaventosamente convenzionale. Sullivan sostiene di essere giunto alla “comprensione della differenza immensa, pura e semplice, tra essere un uomo ed essere una donna” grazie a un’iniezione di testosterone che gli è stata praticata. Vale a dire: immagina che la maschilità possa essere isolata riducendola a un ormone iniettabile, senza neanche scomodarsi a immaginare cosa dovrebbe essere il femminile. Se volete una sintesi delle abitudini mentali che hanno reso necessario il #MeToo, eccola qui. Sullivan, che vorrebbe essere la voce fuori dal coro, è perfettamente rappresentativo.

Il vero problema non è che noi – come cultura – non consideriamo abbastanza la realtà biologica degli uomini. Il problema, piuttosto, è che la loro è letteralmente l’unica realtà biologica che ci prendiamo la briga di considerare.

Allora, parliamo davvero di corpi. Una volta tanto, prendiamo sul serio i corpi e i fatti del sesso. E facciamo rientrare qualche donna nell’equazione, che ne dite? Perché, se dovete cantare le lodi del piacere maschile, fareste meglio a stare pronti a parlare di quel suo brutto, onnipresente cugino: il dolore femminile.

Le ricerche dimostrano che il 30% delle donne dichiara di provare dolore durante il sesso vaginale, 72% durante il sesso anale, e “una grande percentuale” delle donne non dice al partner quando prova dolore.

Questa cosa è importante, perché non vi è occasione in cui sia più lampante la nostra disabitudine a pensare alle realtà biologiche non-maschili di quando parliamo di “cattivo sesso”. Malgrado le tante sollecitazioni a parlare di sfumature nella discussione su cosa costituisca o meno molestia o aggressione sessuale, sono rimasta basita nell’osservare l’operazione di appiattimento che quell’espressione (“cattivo sesso”) ha causato – in particolare la supposizione che “cattivo sesso” voglia dire la stessa cosa per gli uomini che fanno sesso con le donne e per le donne che lo fanno con gli uomini.

Esistono pochi studi in proposito. Un sondaggio informale nei forum nei quali si discute di “cattivo sesso” indica che gli uomini tendono a usare il termine per descrivere una partner passiva o un’esperienza noiosa. Ma quando la maggior parte delle donne parla di “cattivo sesso”, tende a riferirsi a coercizione, disagio emotivo o, ancor più comunemente, dolore fisico. Debby Herbenick, docente della Scuola di specializzazione in Salute Pubblica dell’Università dell’Indiana, e una delle promotrici del progetto nazionale di ricerca sulla salute e il comportamento sessuale, lo conferma. “Quando si parla di ‘buon sesso’”, ha dichiarato, “le donne spesso intendono che non hanno provato dolore, gli uomini spesso intendono che hanno avuto un orgasmo”.

Per quanto riguarda il “cattivo sesso”, Sara McClelland, docente all’Università del Michigan, un’altra delle poche studiose che ha fatto un serio lavoro di ricerca in questo ambito, ha scoperto, nel corso della sua ricerca su come giovani uomini e donne valutano la loro soddisfazione sessuale, che “gli uomini e le donne pensano a un polo negativo molto diverso nella scala di soddisfazione”:

“Mentre le donne immaginano il polo negativo come un polo che comprende sensazioni estremamente negative e potenzialmente dolorose, gli uomini lo immaginano come la possibilità di un esito sessualmente meno gratificante, ma non immaginano mai esperienze dolorose o dannose per loro.” (Intimate Justice: Sexual Satisfaction in Young Adults)

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Una volta metabolizzato l’orrore di tutto ciò, potremmo ragionevolmente concludere che la nostra “valutazione” della molestia e dell’aggressione sessuale è stata inficiata dal fatto che uomini e donne hanno criteri di valutazione totalmente diversi. Un 8 su una scala di valutazione maschile del sesso equivale a un 1 per una donna. La tendenza di uomini e donne a usare lo stesso termine, “cattivo sesso”, per descrivere esperienze che a un’osservazione esterna sembrerebbero molto diverse è il rovescio della medaglia di un fenomeno psicologico conosciuto come “deprivazione relativa”, secondo il quale i gruppi privi di diritti, educati ad aspettarsi poco, tendono paradossalmente a riferire gli stessi livelli di soddisfazione rispetto ai gruppi privilegiati che ricevono un trattamento migliore.
[…]

Nel XVII secolo il sapere convenzionale affermava che fossero le donne ad avere appetiti sessuali rampanti e indisciplinati. Che le cose siano cambiate non significa che siano necessariamente migliorate. Ai nostri giorni, un uomo può tranquillamente uscire dallo studio del suo medico con una prescrizione per il Viagra basata su nient’altro che un’autodiagnosi, mentre per una donna ci vogliono in media 9,28 anni di sofferenza prima che si arrivi a una diagnosi di endometriosi, una patologia causata dal tessuto endometriale che si sviluppa al di fuori dell’utero. A quel punto, per molte non sarà solo il sesso ma l’esistenza quotidiana a diventare una sfida che influenza negativamente tutta la vita. Ecco una dura realtà biologica, questa sì.

Oppure, visto che parliamo di sesso, che dire del modo in cui la comunità scientifica nella nostra società ha trattato la dispareunia – dolore fisico intenso che alcune donne provano durante il rapporto sessuale – a confronto con la disfunzione erettile (la quale, pur spiacevole, non è dolorosa)? PubMed presenta 393 ricerche cliniche che studiano la dispareunia. Il vaginismo? 10. La vulvodinia? 43.

La disfunzione erettile? 1.954.

Proprio così: il data base di PubMed contiene studi clinici sul piacere sessuale maschile in misura quasi cinque volte superiore agli studi sul dolore sessuale femminile. E perché? Perché viviamo in una cultura che considera normale il dolore femminile e un diritto il piacere maschile.

Questo bizzarro astigmatismo sessuale struttura una parte così ampia della nostra cultura che è difficile discernere la misura in cui la nostra visione delle cose è distorta.

Consideriamo per esempio come il nostro sistema sanitario finanzi la chirurgia andrologica in confronto a quella ginecologica: fino al 2015 gli interventi andrologici sono stati rimborsati a tassi più alti del 27,67 % rispetto a quelli ginecologici. (Risultato: indovinate chi può permettersi i medici più rinomati?) Oppure, pensiamo a quanto spesso le donne vengano trattate con condiscendenza e liquidate dai loro stessi medici curanti.

Eppure cito da un articolo scientifico che riferisce di come (contrariamente al luogo comune che le dipinge come lamentose e ipersensibili) le donne abbiano una preoccupante capacità di sopportazione: “Chiunque si imbatta regolarmente nel disturbo della dispareunia sa che le donne hanno la tendenza a continuare il coito, se necessario, a denti stretti”.

Se vi siete chiesti come mai “Grace” non abbia lasciato l’appartamento di Ansari appena si è sentita “a disagio”, dovreste porvi la stessa domanda in questo caso. Se il sesso fa male, perché non si è fermata? Perché questo succede? Perché le donne sopportano un dolore terribile per garantire agli uomini di raggiungere un orgasmo?

La riposta non si può separare dal dibattito corrente sul fatto che le donne siano state continuamente molestate, abusate e screditate perché alcuni uomini volevano avere un’erezione sul luogo di lavoro. C’è da inorridire di fronte al fatto che Sullivan pensi che non consideriamo a sufficienza la realtà biologica maschile, quando l’intera società ha convenuto di organizzarsi intorno al perseguimento dell’orgasmo degli uomini etero. A questa missione è stata assegnata un’assoluta centralità culturale – con conseguenze infelici per la nostra comprensione dei corpi, del piacere e del dolore.

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È dietro richiesta di Sullivan che parlo di biologia. Parlo, in particolare, delle sensazioni fisiche che la maggior parte delle donne è socializzata a ignorare nella ricerca di piacere sessuale.

Le donne vengono costantemente addestrate a non far caso e a non reagire al proprio disagio corporeo, specialmente se vogliono essere “impiegabili” sessualmente. Avete notato il modo in cui le donne “dovrebbero” presentarsi per essere sessualmente desiderabili? Tacchi alti? Intimo modellante? Sono tutti oggetti disegnati per deformare i corpi. Gli uomini possono essere attraenti indossando abiti comodi. Camminano con calzature che non accorciano il tallone d’Achille. Non hanno bisogno di farsi strappare i peli dai genitali o usare aghi sul viso per essere percepiti come “convenzionalmente” attraenti.

Gli uomini – proprio come le donne – possono scegliere di sottrarsi a tutto questo, ma le aspettative di partenza sono del tutto diverse, ed è ridicolo far finta che non lo siano.

L’antico e implicito patto sociale tra uomini e donne (che Andrew Sullivan chiama “naturale”) prevede che una parte sopporti una gran quantità di disagio e dolore per il piacere e il godimento dell’altra parte. Su questo c’è un consenso unanime, e noi tutti/e agiamo come se fosse normale, perché è così che va il mondo. Ecco perché il fatto che Frances MacDormand non fosse truccata alla cerimonia dei Golden Globe è stato considerato un atto radicale.

Ecco perché quando Jane Fonda ha pubblicato una foto che la ritraeva provata dalla stanchezza accanto a una che la mostrava tutta in tiro, ciò ha avuto un enorme impatto. Non si tratta solo di un modo estenuante di vivere: è anche una mentalità che è difficile scalfire.

Per chiarire, non sto neanche avanzando obiezioni rispetto ai nostri assurdi standard di bellezza, in questo momento. Il mio unico fine, qui, è analizzare come l’addestramento che ricevono le donne possa aiutarci a capire quello che “Grace” ha fatto o non fatto.

Alle donne si richiede di fingere sensazioni di agio e piacere che in realtà non provano in condizioni che rendono stare a proprio agio quasi impossibile. La prossima volta che vedete una donna che ride mentre indossa un abito da sera elaborato e scollato, che richiede che lei si astenga dal mangiare o bere per ore, sappiate che a) state assistendo all’opera di una illusionista consumata che recita con la massima passione e b) che siete stati/e abituati/e a considerare come banale routine questa straordinaria performance da Oscar.

Ora pensate a come questo addestramento si insinua nei contesti sessuali.

Perché – si chiedono gli uomini – le donne simulano l’orgasmo? Sembra talmente controproducente! È vero, lo è. Ciò vuol dire che vale la pena riflettere molto attentamente sul perché così tante persone possano fare qualcosa che sembra andare in direzione così completamente contraria al proprio interesse personale. Le donne si vestono eleganti e vanno agli appuntamenti in parte perché hanno una libido e sperano di trarre piacere sessuale. Perché mai, quando finalmente arriva il momento, dovrebbero rinunciarci e simulare? La risposta retrograda (quella che ignora che le donne hanno una libido) è che le donne scambiano posizioni sessuali che a loro non piacciono in cambio di posizioni sociali che a loro piacciono. A loro non importa del piacere.

Potrebbero esserci altre ragioni. Forse, per esempio, le donne simulano l’orgasmo perché avevano sperato di avere un po’ di piacere per sé: se capiscono che ciò non succederà, si ricalibrano automaticamente sui comportamenti appresi. A loro è stato insegnato a) a tollerare il disagio e b) a trovare in qualche modo piacere nel piacere dell’altro se le condizioni sociali lo richiedono. Ciò è particolarmente vero quando si tratta di sesso. Simulare un orgasmo serve a un sacco di cose: può incoraggiare l’uomo a concludere, il che significa che il disagio (se lo si prova) può finalmente terminare. Lo fa sentire bene e gli evita ferite all’orgoglio. Se essere una brava amante significa fare sentire bene l’altra persona, allora si è raggiunto un ottimo risultato anche su quel fronte. Una vittoria su tutta la linea.
[…]
Ma il punto non è solo il sesso. Uno dei complimenti che le ragazze ricevono più spesso da bambine è quanto siano “carine”. Perciò imparano che gran parte del loro valore sociale risiede nella misura in cui gli altri godono nel guardarle. Si insegna loro a ricavare piacere dal piacere che le altre persone ricavano dal loro aspetto. Anzi, questo è il modo principale con il quale vengono premiate socialmente.

Questo è anche il modo in cui alle donne viene insegnato ad essere delle padrone di casa accoglienti. A subordinare i propri desideri a quelli degli altri. A evitare il confronto diretto. In ogni occasione alle donne viene insegnato che la reazione degli altri ha più peso di qualsiasi sensazione esse stesse possano provare per stabilire il loro valore o il loro merito.

Un effetto collaterale generato dall’insegnare a un genere ad appaltare a terzi il proprio piacere (e sopportare un bel po’ di disagio in questo processo) è che le donne diventano incapaci di valutare il proprio disagio, che hanno costantemente appreso a ignorare. In un mondo in cui le donne fossero partner sullo stesso piano nel piacere sessuale, naturalmente avrebbe senso aspettarsi che una donna se ne vada nel momento in cui le viene fatto qualcosa che non le piace.

Ma non è questo il mondo in cui viviamo.

Nel mondo reale, la prima lezione in assoluto che di norma una donna impara riguardo a cosa aspettarsi dal sesso è che perdere la verginità le farà male. Si suppone che debba stringere i denti e superare la cosa. Pensate a quanto questa iniziazione al sesso possa distorcere la vostra capacità di riconoscere il “disagio” come qualcosa che non dovrebbe accadere. Quando il sesso continua a essere doloroso molto tempo dopo la perdita della verginità, com’è accaduto a molte mie amiche, più di una donna dà per scontato di essere lei ad avere un problema.

Ebbene, se si suppone che tu debba stringere i denti e sopportare la prima volta, perché non la seconda? A che punto il sesso passa magicamente dall’essere un’esperienza in cui qualcuno ti fa qualcosa che a te non piace – ma ricordiamolo: tutti/e sono d’accordo che tu debba tollerarlo – a quell’esperienza reciprocamente piacevole che tutti/e sembrano pensare che sia?

In realtà non abbiamo un lessico per descrivere questa transizione così incredibilmente complicata perché non pensiamo ai fatti del sesso dal punto di vista delle donne.

Le donne hanno passato decenni a ignorare educatamente il proprio disagio e il proprio dolore per dare agli uomini il massimo del piacere. Sono andate coraggiosamente in cerca di amore e gratificazione sessuale malgrado lacerazioni, sanguinamenti e altri sintomi di “cattivo sesso”. Hanno lavorato per industrie nelle quali reificazione e molestia sono state normalizzate, e hanno perseguito amore e gratificazione sessuale a dispetto di condizioni dolorose che nessuno, specialmente i loro medici curanti, ha preso seriamente.

Nel frattempo, il genere per il quale “cattivo sesso” significa annoiarsi un pochino qualche volta durante l’orgasmo, il genere le cui esigenze sessuali la comunità medica si precipita a privilegiare, il genere che va in giro con perfetto agio sartoriale, con l’intera società organizzata in modo da massimizzare il suo aspetto estetico e il suo piacere sessuale – quel genere, che resta a bocca aperta di fronte alla rivelazione che le donne non sempre provano quelle belle sensazioni che hanno invece dovuto imparare a simulare e ora vorrebbero che si facesse qualche verifica – quel genere dice alle donne che sono loro a essere ipersensibili e a reagire esageratamente al disagio? E poi sarebbero le realtà biologiche maschili a essere insufficientemente considerate?

Magari vivessimo in un mondo che incoraggiasse le donne ad ascoltare i segnali del proprio dolore corporeo anziché a sopportare come campionesse di resistenza. Sarebbe fantastico se alle donne (e agli uomini) fosse insegnato a considerare il dolore femminile come qualcosa di anomalo. Ancor meglio se capissimo che il disagio di una donna è una ragione sufficiente per interrompere il piacere maschile.

Ma queste non sono le lezioni che la società ci dà – no, neanche ai/alle “fortunati/e” millenial. Ricordiamoci: il sesso è sempre un passo indietro rispetto al progresso sociale in altri ambiti, per via della sua dimensione intima. Entrare nei dettagli è difficile, ed è una buona cosa che finalmente lo stiamo facendo.

La prossima volta che ci chiederemo come mai una donna non abbia immediatamente preso coscienza del proprio disagio e non vi abbia posto rimedio, forse sarebbe il caso di domandarci anche per quale motivo abbiamo trascorso i decenni passati istruendola a ignorare quei segnali che ora le rimproveriamo di non riconoscere.